The Roca Gestalt Little Blog

Vivere e separarsi

Ottobre 2, 2009 · Lascia un Commento

Come manteniamo vivo l’incompiuto


In che modo ci impediamo di mettere fine alla situazione dell’infanzia, con tutto ciò che ha di incompiuto? Anzitutto reprimendo le sensazioni troppo dolorose o sconvolgenti che ci invadono. L’otteniamo mediante una cronica tensione della muscolatura, inibendo la respirazione e rifiutando di accorgersi di ciò che mantenendo una scarsa consapevolezza del nostro corpo. In tutto questo processo – tensione muscolare cronica, inibizione della respirazione, limitato rapporto con il corpo – avviene una doppia negazione: rifiuto qualcosa e rifiuto di riconoscere che l’ho rifiutata. A questo punto divento inconsapevole dei miei sentimenti. Faccio scattare l’ interruttore per chiudere il corpo, aprendo così la tensione e il dolore.

C’è anche un altro modo con cui ci inibiamo, impedendoci di porre fine, alle situazioni del passato. Consiste nel valorizzare i guadagni che ci vengono nel rimanere nella situazione passata. Per esempio, se la situazione presente è noiosa e piatta, o se non mi sento capace di entrare in contatto, posso uscire dalla mia solitudine frustrante ricordando i rapporti del passato: non solo quelli belli, ma anche quelli amari, che però avevano il fascino del drammatico. Io ero importantissimo per la mamma; oggi può darsi che stia passando un momento in cui non c’è nella mia vita un’altra persona significativa,  mi  sento solo;  continuo allora a coltivare il ricordo del passato, mi appoggio ad esso attribuendogli tutti i valori positivi.

Oppure posso aderire al passato mediante il risentimento, coltivando il ricordo di ciò che mi è stato fatto o di ciò che mi è stato negato: “Guarda come sono stati cattivi con me i miei genitori, o quanto erano nevrotici!”. Ciò mi autorizza ad essere altezzoso nei loro confronti, oppure ad autocommiserarmi: “Povero me, guarda come mi hanno ridotto!”. Se non credo di avere le risorse per cambiare la mia vita, cerco di utilizzare la persona per cui provo risentimento, per esempio mia madre, come un alibi; non sono più costretto ad ammettere: “io non posso” o “io non voglio”, ma posso sempre dire “tutta colpa sua”. Un modo di non chiudere le situazioni che ricorre  frequentemente  è  quello  che consiste nel fermarsi testardamente in attesa di una risoluzione dello scontro. La posizione è sostenuta dall’altezzosità, cioè dall’insistenza nel sentirmi nel giusto: io ho ragione, l’altro ha torto.

Per chiudere questo tipo di situazione bisogna che uno dei due confessi di avere torto, ammettendo di essere colpevole, o cattivo, o stupido; e certamente costui non sarò io: sto aspettando te! Basta creare una situazione di questo tipo, per essere sicuri che non vi sarà via di uscita. Rifiutando di rendermi conto di come i miei comportamenti provocano i tuoi e i tuoi provocano i miei, di vedere come facciamo parte tutti e due di una situazione, dove abbiamo un progetto nascosto, da una parte di collusione o complicità, dall’altra di scambio di dispetti, il conflitto non può che rimanere in una situazione di stallo. Quante coppie,  per esempio, sono in questa posizione:  lo si vede durante la terapia di coppia. Già  antecedentemente  a  qualsiasi  separazione c’è una situazione che domanda un completamento;  quando  poi interviene la  separazione reale, gli aspetti incompiuti acquistano una capacità ancora maggiore di arrestare l’individuo. Qualcosa di incompiuto, quello che nella terapia della Gestalt viene chiamato l’”unfinisced business”, può esistere tra genitori e figli, tra sposi, tra amanti, tra amici, tra qualsiasi persona che abbia avuto un rapporto intenso e prolungato; vorrei suggerire che ciò può avvenire anche tra me e me stesso. Quando un rapporto finisce e avviene una separazione di qualsiasi tipo – divorzio o partenza o morte, insomma qualsiasi tipo di addio – rimane sempre una grossa quantità di sentimenti inespressi, accumulati. Il rapporto non finisce per divorzio, per separazione, per morte, per partenza:  quando, cioè, non c’è più il contatto reale tra le persone. Perché finisca veramente, bisogna che sia completato a livello di espressione. Può esserci un’enorme quantità di sentimenti inespressi, accumulati: vecchi risentimenti, ferite, colpe, accuse; e anche sentimenti di stima, di apprezzamento e di amore, che possono essere stati frustrati, e che adesso lo sono ancor di più per il semplice fatto che non c’è più l’altro a cui esprimerli. E’ vero che questa espressione dell’inespresso può avvenire in fantasia, attraverso un dialogo immaginato che porta ad accorgersi di che cosa si aveva da dire; ma molto spesso l’individuo non vuol ammettere a se stesso i sentimenti negativi, e dal suo punto di vista e secondo i suoi criteri, sbagliati, per l’altra persona.

Barrie Simmons

a cura di D. Saltara


….a seguire:         La separazione della perdita

→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized
Messo il tag: ,

E non c’è niente di particolare a parte il fatto che mi manchi…(Cristina Donà)

Settembre 10, 2009 · 1 Commento

Oggi è uno di quei giorni in cui mi manca il mio maestro, quel “vecchiaccio” (come lui a volte si definiva..) che per molti anni ha rappresentato un’ancora di salvataggio nel mio viaggiare nel mondo e dentro me stessa. Sei stato un amico, un nemico, un alleato, un compagno di viaggio, una figura paterna, una figura materna, il diavolo e l’acqua santa…tutto in uno…sei stato un grande e grosso uomo imperfetto.

Ricordo quando una volta  Barrie mi disse che uno dei modi per poter vivere un lutto (passato il momento del dolore “acuto” ) era quello di prendersi un breve tempo, ogni giorno o ogni tanto, per ricordare la persona o le persone scomparse. Per ricordare non intendo passare in rassegna immagini dei vissuti, ma proprio ri-accordare, rivivere quel giorno in cui quella persona mi ha detto che…quel giorno in cui abbiamo fatto quella cosa insieme…ricordare cioè eventi e pezzi di vita passati insieme. Solo così, pur rimanendo sempre soli, a volte capita di ricontattare la presenza di quella persona e ritrovarsi con un dolce o un amaro sorriso in bocca, che mai cancellerà la sua assenza e neanche la sua presenza dentro di noi.

In questi tre anni riecheggiano forti in me i tuoi famosi blah bluh, con i quali solevi centrarti e condividere con noi un pò del tuo mondo.

Oggi ho deciso di scrivere , di ricordare ancora e condividere.  La tua mancanza, Barrie, mi accompagna nella vita, non si spegne mai. Resta sempre accesa la fiammella, in quell’angolo della  mia anima e magari, anzichè ignorarla come spesso mi accade, potrei semplicemente guardarla…

e allora..

ti vedo seduto sulla sedia, i piedini (che rispetto alla stazza a me sembravano così piccoli!) che si toccano e sembrano anche loro parlare, le braccia poggiate sulle gambe e le dita delle mani che si uniscono negli indici e i pollici, la testa a punta,pelata e lucida, quegli occhietti blu che si intravedono al di là degli occhiali come anche la bocca che fa capolino tra la barba arruffata e bianca. Accanto a te due sedie vuote. Intorno noi, stradaiati sui cuscini….

Frasi che oggi riecheggiano e mi accompagnano:

Sulla PSICOTERAPIA …

é come un intervento chirurgico senza anestesia. Entrare in un’illusoria situazione protetta, apertura verso il passato, verso il futuro e poi uscire , c’è l’ansia d’abbandono e da separezione.

Imparare a vivere con l’essere nato, l’essere solo e l’isolamento del vivere anche quando sei tra altri.

Nessuno puo’ vivere per te.

Possiamo convivere con la solitudine ma non possiamo disfarla, distruggerla. Lo psicoterapeuta utilizza la situazione terapeutica per la sua evoluzione e la sua crescita.

L’unica cosa che muove le persone, sono le persone in movimento.

Lo strumento del terapeuta é se stesso.

Solo aprendoti puoi edificare il cambiamento.

Una via di crescita é una via di insicurezza.

Chi ha scelto cambiamento ed evoluzione, ha scelto il rischio perché affronta molte nascite.

Dalla sistemazione comoda del grembo ( calduccio, protezione..) ZAC ! fuori ! Man mano che vai avanti crescendo, meno il mondo interno é ameno per te.  Per noi é già grosso riuscire ad integrare situazioni, dati di fatto. Pero’ la via é quella.

ESCI DA UNA GABBIA E TI TROVI SEMPRE NELLO ZOO : successivi spostamenti continui dei confini.

NON C’ E’ MATURITA’ , C’ E’ MATURAZIONE.

Insicurezza non é vagabondare , ma trovare il sé, quello originale, richiede disciplina. Chi ama cresce. La vita é breve e possiamo crescere vivendo ogni giorno.

Di nuovo, Ciao  Barrie!

Diletta Saltara

→ 1 CommentoCategorie: Uncategorized

Vivere e separarsi

Settembre 10, 2009 · Lascia un Commento

L’aggrapparsi come conseguenza di situazioni incompiute

La maggior parte dei clienti che incontriamo in psicoterapia sono persone che rifiutano di salutare: non vogliono dire addio a qualcuno, a qualcosa o a qualche momento della loro esistenza. Spesso rifiutano di salutare, di dire addio a persone venute a mancare che avevano un forte significato emotivo. Le persone significative in questo senso non sono solo quelle amate: possono essere anche persone odiate, o persone con cui abbiamo litigato e verso le quali proviamo risentimento. Se in un senso o nell’altro sono significative, c’è spesso la tendenza a rimanere attaccati.
La reazione adattiva funzionale alla perdita di una persona amata è il crollo, la tristezza, il lutto. Dopo un lungo lavoro di lutto, in cui si tocca il fondo della melanconia, dopo una tristezza profondamente vissuta, segue la rinascita, a volte lenta, dell’interesse per gli altri; la vita si risveglia; l’individuo vive una specie di resurrezione.
Una reazione funzionale adattiva alla perdita di una persona odiata è a gioia, il sollievo (“meno male che quello lì sia morto, ossia partito…!”; “finalmente ho il divorzio: beviamo qualcosa!”, o qualcosa del genere). Naturalmente col tempo questa euforia cala. Situazioni sgradevoli che prima erano sullo sfondo, emergono in primo piano. Come nel caso della perdita della persona amata, la gioia e la speranza tornano dopo il lutto, quando si perde una persona odiata la tristezza e il disagio tornano dopo la fine del festeggiamento e del sollievo.
Questa sequenza fa parte naturale della vita. C’è però un problema: siamo addestrati ad essere bravi, coraggiosi, forti, razionali, e soprattutto ad essere buoni; e le persone forti non devono crollare in una buia tristezza perché hanno perso una persona amata; le persone buone non devono essere gioiose perché finalmente hanno troncato con una persona odiata…
Secondo le nostre definizioni culturali, sarebbe una debolezza essere sconfitto dalla scomparsa della persona amata; sarebbe una malvagità celebrare la morte di un nemico odiato. Allora per essere bravi, buoni, razionali, per non essere né deboli né cattivi, noi inibiamo i sentimenti stimolati dalla perdita e dalla separazione. Teniamo la persona presente in fantasia, e quindi non viviamo pienamente la separazione.
Questo fa parte di quella situazione generale di immaturità, a cui ho già accennato quando dicevo che molti di noi ci arrestiamo nella situazione di infanzia.
Questo aggrapparsi, impedendo che abbia luogo la reazione adattiva e funzionale, per la perdita di qualcuno o qualcosa, da quali cause proviene?
Una è certamente la presenza di molte situazioni incompiute tra due persone, molto prima che il rapporto finisca. Non sono pronto a porre termine a una situazione, se questa contiene ancora molte cose inespresse. L’inibizione dell’emozione ci mantiene nella situazione incompiuta. Rimaniamo nella sospensione dell’espressione, in una stasi non solo psichica ma anche fisica, in quanto si esprime muscolarmente.
Quando c’è una inibizione dell’emozione, finché i sentimenti non sono espressi, rimaniamo in una specie di tensione fisica, o psicofisica, che consiste nell’impasse che si crea tra eccitazione che vuole uscire e l’inibizione.
Si potrebbe parlare, a questo punto, di tutto lo sviluppo psicosomatico: dalla tensione tra ciò che vuole uscire e la forza inibente del sintomo, e poi dal sintomo alla malattia grave e così via. Per il nostro scopo è sufficiente palare di come questa tensione, questo trattenersi – Reich lo chiama “armatura”, con funzione di corazza caratteriale – ci tiene nella situazione incompiuta. Rimaniamo nella sospensione dell’espressione, in una stasi non solo psichica ma anche fisica, in quanto si esprime muscolarmente.
Finché questa situazione conflittuale tra quello che vuole uscire e la forza inibente non si risolve (sia che l’eccitazione venga in qualche modo riassorbita o spenta, o l’inibizione ceda e abbia luogo l’espressione) la nostra gestione dell’incompiuto può essere solo indiretta: non mi esprimo ma vivo in modo indiretto questo bisogno di espressione tramite la fantasia. Non faccio e non dico quello che voglio, ma immagino di farlo; torno con fantasie ricorrenti a quello sfogo che non mi concedo concretamente (fantasie sessuali o aggressive; fantasie diverse: di volo, di liberazione, di gioia, di gratificazione). Oppure scarico su altri. Ad esempio: non permettendomi l’espressione della mia aggressività in un contesto, l’esprimo in un altro. Non mi permetto un’aggressività autoaffermativa nella vita reale, ma odio gli ebrei; non posso permettermi di dare un pugno al mio datore di lavoro, torno a casa e picchio mia moglie; non mi concedo di vivere la mia sessualità nell’ambito del mio matrimonio, ma rimorchio le ragazze o prendo un’amante; non oso dire a mio marito quel che voglio dirgli, ma dò una sculacciata al bambino. E cosi via. Un esempio estremo sarebbe quello di chi non affronta la sua propria esistenza, ma tenta di gestire un’altra persona usando la psicoterapia.
La maggior parte dei nostri pazienti – o piuttosto, direi, la maggior parte delle persone – hanno moltissime situazioni incompiute, di grande intensità emotiva. Per esempio, un uomo che da bambino è stato umiliato da suo padre, ha bisogno di esprimere la sua rabbia, la sua distruttività. Adesso che è uomo continua a provocare le autorità per costringerle ad attaccarlo, in modo che lui si senta giustificato a reagire. Cerca di provocare situazioni di scontro per poter esprimere la rabbia che non ha mai espresso nei confronti del vero oggetto, che era suo padre.

Barrie Simmons

a cura di D. Saltara

… a seguire:       Come manteniamo vivo l’incompiuto

→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized
Messo il tag: , , , ,

Vivere e separarsi

Maggio 4, 2009 · 1 Commento

L’infanzia e l’apprendimento della dipendenza

Il secondo adattamento della nostra esistenza è l’infanzia. Appena usciti dal paradiso dell’utero, ci mettiamo subito al lavoro per ricostruire un grembo. Anche questo secondo grembo è un’illusione, perché i genitori non sono né onnipotenti, né eterni, come sembrano al bambino. Infatti la capacità di proteggere, di guidare, di spingere il bambino verso la felicità, di appoggiarlo e sostenerlo, è molto limitata. Lo sappiamo, in quanto tutti portiamo le ferite e le cicatrici dovute a questa limitazione. È un dato di fatto, però, che il bambino – questo nano che una volta oggettivamente siamo stati – non è capace da solo di garantire né la sua sopravvivenza, né la sua crescita, ma dipende assolutamente dai giganti da cui è circondato: i grandi, gli adulti.In questo periodo della vita nasce la dipendenza come un metodo di sopravvivenza e di crescita. Necessariamente il bambino dipende. Impara infatti a quell’epoca che lui non è al centro del suo universo, ma che di fatto è un’appendice degli adulti, che sono i veri protagonisti della situazione.

E’ nell’infanzia che apprendiamo ad adattarci ai ruoli, piuttosto che esprimere ciò che viviamo e sentiamo; impariamo a soddisfare le aspettative degli altri, invece dei nostri bisogni; a obbedire alle regole piuttosto che ai nostri desideri; a impegnarci a conformarci a un modello, piuttosto che aderire alla nostra propria natura. Impariamo ad essere passivi, impegnati a non sbagliare, piuttosto che a prendere iniziative. Non c’è via di scampo: per essere accettati, difesi e protetti, dobbiamo avvicinarci a quelli da cui dipendiamo e renderci somiglianti a loro. In questa fase dell’esistenza, con la sua costruzione di uno pseudo-grembo, c’è lo scudo protettivo dei genitori, nasce tutta una serie di problemi che verranno alla luce più tardi:

1. il rapporto col potere;

2. la tendenza alla confluenza con gli altri, piuttosto che una sana differenziazione dagli altri;

3. l’inclinazione a utilizzare la dipendenza come modalità generale di vita.

Esiste anche il pericolo, raramente evitato, di un arresto. Proprio nel momento in cui il bambino si accorge che la madre non è eterna e morirà, nasce in lui il rifiuto di riconoscere questa realtà. Si ostina a mantenere in vita la madre a ogni costo, rifiutando di separarsi dalla figura materna. Proprio nel momento in cui riconosce che il padre non è onnipotente e onniscente – dovendo ammettere i suoi limiti e vederlo come una persona – nasce proprio lì il tranello dell’autoritarismo: ci si aggrappa con insistenza a un padre autoritario in quanto figura e principio che danno rassicurazione.

Molti di noi ci arrestiamo nel grembo dell’infanzia per difenderci dalla vita. Vogliamo risparmiarci la separazione dai genitori, che viviamo come una ripetizione della prima grossa separazione: quella della nascita. Qui i genitori servono simultaneamente come utero protettivo e placenta, o punto di riferimento rassicurante. Se andassi avanti potrei forse esplicitare una serie di separazioni che sono le pietre miliari che definiscono le tappe di una vita, la “carriera morale” dell’individuo, come la chiama Ervig Goffman, sociologo americano. Non ritengo però necessario sottolineare una per una le crisi di separazione che affrontiamo, anche perché nella varietà delle diverse biografie non è detto che tutti affrontano gli stessi problemi: c’è chi affronta la separazione dell’infanzia dovendosi prendere le sue responsabilità e assumendosi i doveri dell’essere genitori; c’è chi affronta il divorzio con il partner; c’è chi affronta il divorzio da certe idee; la scomunica da parte della chiesa; le dimissioni da un partito; c’è chi in tarda età inizia una seconda carriera, abbandonando una certa immagine di sé; c’è chi nella psicoterapia affronta in qualche modo non solo una crisi di nascita o di separazione dai genitori rimandata per anni, ma anche la crisi connessa con un distacco da tutto un mondo abituale, costituito da una serie di stereotipi e credenze: si tratta anche qui di lasciare un immagine di sé.

Piuttosto che vedere nei dettagli queste diverse eventualità preferisco parlare del problema di rimanere aggrappati e dei metodi che usiamo per non separarci.

Barrie Simmons

a cura di D. Saltara (traduzione G. Mazzi)

….. a seguire:     L’aggrapparsi come conseguenza di situazioni incompiute.

→ 1 CommentoCategorie: Uncategorized

Vivere e separarsi

Febbraio 5, 2009 · 1 Commento

2. La mente come difesa ipnotica

In generale, anche se numerose volte siamo costretti a subire questo trauma di nascita, perché sempre di nuovo ci ricostruiamo una specie di grembo, si può dire che ci sono dei nessi primari con cui ci difendiamo.
Appena nati, ricominciamo la regressione, la costruzione dell’ovatta, cioè della difesa. Questa illusione di difesa è impermeata soprattutto su ciò che noi chiamiamo mente. Costruiamo un utero sostitutivo soprattutto tramite la stupidità, l’ignoranza o quella che possiamo chiamare la voluta ottusità, cioè il non sapere, il non accorgersi, il non recepire, il non essere consapevoli, non essere presenti. Pongo un muro tra me e la realtà in cui vivo; mi isolo per difendermi. A questo fine sono disponibili tanti mezzi, per esempio, regole, idee, modelli, per interposizione tra me e quanto va oltre i miei preconcetti e pregiudizi. C’è una chiacchierata continua che occupa la mia attenzione, un nastro che non smette di correre nella mia testa. Quasi sempre presto attenzione a queste aspettative, idee e immagino, piuttosto che al reale. Navigo in generale in un mare di illusione proiettiva, piuttosto che prendere contatto con quel che c’è.
Nella psicoterapia della Gestalt parliamo di modi particolari di ingabbiarci. Possiamo elencare:
1. la confluenza – con cui mi fondo con gli altri, non accorgendomi delle differenze – e cioè, in definitiva, della natura reale dell’altro, dell’alterità, e quindi della differenza tra me e te;
2. la introiezione – con cui prendo dentro persone, opinioni, idee, emozioni, atteggiamenti e li vivo come me stesso, anche se sono alieni ed estranei;
3. la proiezione – in cui vivo cose che sono mie come esterne ed estranee;
4. la retroflessione – in cui dirigo la mia reazione non contro lo stimolo esterno, ma contro me stesso (per es. piuttosto che arrabbiarmi, mi reprimo e mi colpevolizzo).

Questi disturbi del contatto, nei quali usiamo la mente per impedire o interrompere il contatto, fanno parte di quello che ho chiamato ottusità, stupidità voluta. Noi li costruiamo per crearci un utero sostitutivo finto, in cui viviamo per rimpiazzare il grembo perduto, non potendo o piuttosto non volendo subire troppo la realtà.
Due forme specializzate di questa ottusità, a servizio dell’ìgnoranza primaria, sono da una parte l’odio aggressività, con cui in continuazione respingo la realtà, ponendo una divisione tra me e l’altro, e dall’altra parte quella specie di attaccamento, quell’avidità con cui mi appiccico a quello che è stato gratificante, rifiutando di nascere, di separarmi, di scindermi da quello che io insisto a vivere come parte di me stesso. Questa avidità o attaccamento, allo stesso modo dell’odio mi separa dagli altri: gli altri che sono vivi, presenti, che parlano e incidono su di me, che vogliono, che danno, che esigono, che rappresentano quindi una realtà non facile da affrontare. Allo stesso tempo, con l’avidità e l’attaccamento trasformo gli altri e la realtà in generale in una placenta; cioè io sostituisco quell’altro che mi era accanto e vicino con altre persone; insisto nell’avere l’altro con me, per me, a mia disposizione, di immobilizzarlo e tenerlo dove voglio io.
Sto suggerendo con ciò che questi rapporti di dipendenza, che conosciamo bene – l’attaccamento ai soldi o al sesso opposto, l’insistenza a fagocitare i figli, il rifiuto di separarsi dai genitori, la dipendenza dall’autorità, l’uso dell’altro per sostenermi, il rifiuto dell’autonomia – non sono altro che un tentativo di ricostruire la placenta, vale a dire quella perenne presenza, vicina e disponibile, che mi ha accompagnato durante il lungo soggiorno nell’utero. In ogni caso il comportamento sano e funzionale è relazionale. Non è quello costruito sull’isolamento. La salute è connessione. Si stabilisce un ciclo: prima ho sensazioni e bisogni, cioè voglio; poi agisco, mi estendo o esco per fare; e finalmente torno a me stesso. Per esempio: ho fame, mangio, smetto. Procedo ogni volta da un bisogno, una voglia, una sensazione, un sentimento; entro in contatto; si crea una interazione; poi torno alla mia situazione originaria, chiaramente alterato dall’interazione e lasciando una alterazione nell’ambiente. Il comportamento sano è relazionato per il semplice fatto che l’organismo è sempre in un ambiente. Non esiste organismo che non abbia un ambiente, come non esiste un ambiente – almeno conosciuto da noi – se non c’è un organismo che lo conosca. Allora, quel che io ho chiamato la mente, questa mente che ricostruisce un grembo fatto di ottusità, che si separa con aggressività dall’ambiente, che si attacca con avidità all’altro sottomesso al suo uso, ricostruendo così la placenta, questa mente contribuisce a creare un’autoipnosi o autolimitazione. Non è adattiva; tende a costruire un distacco fisso, mediante un equilibrio statico, crea una gabbia, una scatola, un recinto in cui uno vive riproponendo quel soffocamento rassicurante che era il grembo.

Barrie Simmons

a cura di D. Saltara  (traduzione G. Mazzi)

a seguire… L’infanzia e l’ apprendimento della dipendenza

→ 1 CommentoCategorie: Uncategorized

Vivere e separarsi

Gennaio 24, 2009 · Lascia un Commento

1. La separazione primaria

Vorrei cominciare situando l’essere umano davanti alla prima e più spaventosa separazione della sua carriera : quella della nascita.
Prima di tutto c’è la morte dell’embrione, che è l’inizio della persona. La nascita equivale a una specie di espulsione dal paradiso. Il bambino è cacciato dall’ambiente a cui era abituato da sempre; deve obbligatoriamente uscire da un ambiente comodo, ovattato, protetto dal chiasso, dai rumori e dagli urti, uno spazio sicuro in cui non ci sono sorprese, un ambiente confortato dal tepore (una specie di riscaldamento centrale mantiene una temperatura ideale per lo sviluppo fisico e psichico dell’embrione). Nell’utero l’individuo è lusingato dalla carezza del fluido in cui si trova; gli sono risparmiate le incertezze, perché è automaticamente nutrito a spese dell’organismo della madre, in cui è contenuto. Nell’ambiente in cui si trova c’è la presenza stabile di un ritmo rasserenante – il battito del cuore – e un buio in cui il bambino può leggere la presenza, muta ma costante, di un compagno che lo accetta. Poi il colpo: l’individuo è separato da quest’ambiente protettivo, privato dalla compagnia di questa placenta, buttato nel mondo.
Questa è la prima e la più sofferta delle separazioni che affrontiamo nella nostra esistenza. L’unica separazione da affrontare che abbia uno spessore di pari importanza sarà l’ultima: la morte. Notate bene che non sto parlando di una determinata nascita, che si svolga in particolari circostanze, o di una situazione che accidentalmente venga a costituire un trauma permanente: sto parlando della nascita in sé, dovunque, comunque, per tutti. Essa equivale all’uscita da una situazione di apparente protezione; vuol dire essere buttato violentemente in un mondo disturbante, irregolare, esposto e pericoloso. Non è strano che in tutte le culture di tutti i tempi esista un mito del paradiso perduto – dal concetto biblico del giardino dell’Eden alle teorie di Engels e Marx sul comunismo primitivo -: a livello individuale ognuno di noi ha vissuto il paradiso e lo ha perso.
Questa prima separazione diventa allora il modello di una situazione incontrata in seguito ripetutamente. Si stabilisce un equilibrio quando un individuo riesce a costruirsi una zona protetta, una situazione di difesa. E’ la propria crescita stessa che lo spinge a uscire, a rischiare. Spinto da dietro o risucchiato davanti, vittima di un collasso, di un apparente terremoto – come devono sembrare le contrazioni dell’utero per il bambino – uno si trova obbligato a uscire nella realtà volgare, sporca, accecante, chiassosa, sgradevole. Certo questa situazione è, come quella originaria, illusoria: il grembo sembra protetto, ma è soltanto una membrana di carne, di epidermide, che ci separa molto precariamente da un calcio, da una botta, dal fuoco, da una caduta. L’embrione è protetto in senso molto provvisorio e parziale.
Allo stesso modo, le successive protezioni che costruiamo in questa vita, che non è altro che una successione di nascite, essendo la crescita nient’altro che una successione di separazioni, sono ugualmente illusorie. In realtà se rimani nel bozzolo del grembo, marcisci; se rimani nella situazione difesa, sicuramente muori. Se esci nella realtà corri il rischio di morire, ma anche di vivere.

Barrie Simmons

a cura di D. Saltara (traduzione G. Mazzi)



…..a seguire:    Barrie Simmons - Milano - 2005La mente come difesa ipnotica .


→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized

Una via con un cuore…

Ottobre 29, 2008 · Lascia un Commento

“Qualsiasi via è solo una via, e non c è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nell’abbandonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare…Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione. Provala tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda… Questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a niente.” Carlos Castaneda

D.S.

→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized

L’eterno principiante

Ottobre 10, 2008 · 1 Commento

Così, tornando ancora allo sguardo fenomenologico (assimilabile, per certi versi, al colpo d’occhio, come un flash fotografico), va ribadito che anche il fenomenologo più esperto, cioè anche quell’uomo dallo sguardo più capace, dall’intuizione più afferrante, rimane sempre, al cospetto del mondo-della-vita, un eterno debuttante, un principiante, un viandante alle prese, per la prima volta, con il fenomeno di cui sta facendo, in quel momento, radicale e forse anche solitaria esperienza.

B. Callieri, M. Maldonato, G. Di Petta, Lineamenti di psicopatologia fenomenologica. Guida Editori, 1999; p. 36
F.M.

→ 1 CommentoCategorie: Uncategorized
Messo il tag: , , ,

Barrie Simmons

Ottobre 3, 2008 · 3 Commenti

Foto di Dario Di Lorenzo

Foto di Dario Di Lorenzo

“Nessuno di noi è responsabile delle carte che ci hanno dato in mano, è responsabile di come le gioca.”

“Personalmente non penso che esistano persone forti e persone deboli, penso che siamo tutti vulnerabili.”

Blah Bluhm di Barrie Simmons, ottobre 2004

→ 3 CommentiCategorie: Uncategorized

Fritz e la cacca

Settembre 23, 2008 · Lascia un Commento

Personalmente distinguo tre classi di escrementi verbali: la cacca di pollo, cioè ‘buon giorno’, come sta?’ e via dicendo; la cacca di mucca, cioè i ‘perché’, le razionalizzazioni, le scuse; e la cacca di elefante, cioè quando si parla di filosofia, della terapia gestaltica come filosofia esistenziale ecc… quel che sto facendo io adesso, insomma.

Fritz Perls

F.M.

→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized
Messo il tag: , ,