Come manteniamo vivo l’incompiuto
In che modo ci impediamo di mettere fine alla situazione dell’infanzia, con tutto ciò che ha di incompiuto? Anzitutto reprimendo le sensazioni troppo dolorose o sconvolgenti che ci invadono. L’otteniamo mediante una cronica tensione della muscolatura, inibendo la respirazione e rifiutando di accorgersi di ciò che mantenendo una scarsa consapevolezza del nostro corpo. In tutto questo processo – tensione muscolare cronica, inibizione della respirazione, limitato rapporto con il corpo – avviene una doppia negazione: rifiuto qualcosa e rifiuto di riconoscere che l’ho rifiutata. A questo punto divento inconsapevole dei miei sentimenti. Faccio scattare l’ interruttore per chiudere il corpo, aprendo così la tensione e il dolore.
C’è anche un altro modo con cui ci inibiamo, impedendoci di porre fine, alle situazioni del passato. Consiste nel valorizzare i guadagni che ci vengono nel rimanere nella situazione passata. Per esempio, se la situazione presente è noiosa e piatta, o se non mi sento capace di entrare in contatto, posso uscire dalla mia solitudine frustrante ricordando i rapporti del passato: non solo quelli belli, ma anche quelli amari, che però avevano il fascino del drammatico. Io ero importantissimo per la mamma; oggi può darsi che stia passando un momento in cui non c’è nella mia vita un’altra persona significativa, mi sento solo; continuo allora a coltivare il ricordo del passato, mi appoggio ad esso attribuendogli tutti i valori positivi.
Oppure posso aderire al passato mediante il risentimento, coltivando il ricordo di ciò che mi è stato fatto o di ciò che mi è stato negato: “Guarda come sono stati cattivi con me i miei genitori, o quanto erano nevrotici!”. Ciò mi autorizza ad essere altezzoso nei loro confronti, oppure ad autocommiserarmi: “Povero me, guarda come mi hanno ridotto!”. Se non credo di avere le risorse per cambiare la mia vita, cerco di utilizzare la persona per cui provo risentimento, per esempio mia madre, come un alibi; non sono più costretto ad ammettere: “io non posso” o “io non voglio”, ma posso sempre dire “tutta colpa sua”. Un modo di non chiudere le situazioni che ricorre frequentemente è quello che consiste nel fermarsi testardamente in attesa di una risoluzione dello scontro. La posizione è sostenuta dall’altezzosità, cioè dall’insistenza nel sentirmi nel giusto: io ho ragione, l’altro ha torto.
Per chiudere questo tipo di situazione bisogna che uno dei due confessi di avere torto, ammettendo di essere colpevole, o cattivo, o stupido; e certamente costui non sarò io: sto aspettando te! Basta creare una situazione di questo tipo, per essere sicuri che non vi sarà via di uscita. Rifiutando di rendermi conto di come i miei comportamenti provocano i tuoi e i tuoi provocano i miei, di vedere come facciamo parte tutti e due di una situazione, dove abbiamo un progetto nascosto, da una parte di collusione o complicità, dall’altra di scambio di dispetti, il conflitto non può che rimanere in una situazione di stallo. Quante coppie, per esempio, sono in questa posizione: lo si vede durante la terapia di coppia. Già antecedentemente a qualsiasi separazione c’è una situazione che domanda un completamento; quando poi interviene la separazione reale, gli aspetti incompiuti acquistano una capacità ancora maggiore di arrestare l’individuo. Qualcosa di incompiuto, quello che nella terapia della Gestalt viene chiamato l’”unfinisced business”, può esistere tra genitori e figli, tra sposi, tra amanti, tra amici, tra qualsiasi persona che abbia avuto un rapporto intenso e prolungato; vorrei suggerire che ciò può avvenire anche tra me e me stesso. Quando un rapporto finisce e avviene una separazione di qualsiasi tipo – divorzio o partenza o morte, insomma qualsiasi tipo di addio – rimane sempre una grossa quantità di sentimenti inespressi, accumulati. Il rapporto non finisce per divorzio, per separazione, per morte, per partenza: quando, cioè, non c’è più il contatto reale tra le persone. Perché finisca veramente, bisogna che sia completato a livello di espressione. Può esserci un’enorme quantità di sentimenti inespressi, accumulati: vecchi risentimenti, ferite, colpe, accuse; e anche sentimenti di stima, di apprezzamento e di amore, che possono essere stati frustrati, e che adesso lo sono ancor di più per il semplice fatto che non c’è più l’altro a cui esprimerli. E’ vero che questa espressione dell’inespresso può avvenire in fantasia, attraverso un dialogo immaginato che porta ad accorgersi di che cosa si aveva da dire; ma molto spesso l’individuo non vuol ammettere a se stesso i sentimenti negativi, e dal suo punto di vista e secondo i suoi criteri, sbagliati, per l’altra persona.
Barrie Simmons
a cura di D. Saltara
….a seguire: La separazione della perdita
La mente come difesa ipnotica .