UN VERO RAPPORTO
Un vero rapporto – nella terapia, nel matrimonio o tra genitori e figli – respira: c’è fusione e c’è separazione; ci sono momenti di passaggio: avvicinamento dalla lontananza e allontanamento dalla vicinanza. Un rapporto che respira è un rapporto vivo: un rapporto in cui non si cerchi la giusta distanza, – né troppa né troppo poca — è un rapporto formale, morto; o piuttosto imbalsamato. In ultima analisi possiamo dire che ciò che esiste non è un rapporto, ma piuttosto due persone, ciò che fanno l’uno con l’altro, la loro interazione. Il rapporto è un’astrazione di cui parlano gli psicologi e gli amanti in difficoltà. Quando siamo presenti l’uno all’altro, non parlo del nostro rapporto; parlo di me e di te. Quando ipotizzo un rapporto, falsifico un processo vivo di interazione rendendolo una cosa, un concetto. Come un modello di un rapporto vivo e onesto vorrei proporre l’atteggiamento che troviamo nella famosa “preghiera gestaltica” di Fritz Perls:
“Io faccio la mia cosa e tu fai la tua cosa.
Io sono io e tu sei tu
Io non sono in questo mondo per soddisfare le tue aspettative
Né tu sei in questo mondo per soddisfare le mie
Se ci incontriamo è bello
E se no, non c’è niente da fare”.
Secondo me, ci sono moltissime implicazioni in queste brevi frasi. C’è qualcosa che possiamo descrivere come il mistero del tempo e della transitorietà, che è implicito a tutto il nostro discorso sulla separazione. Perché, pur non volendolo, dobbiamo separarci: dal grembo dei genitori, dall’infanzia, da certe illusioni, l’uno dall’altro, e poi,inevitabilmente, dalla nostra salute, dalla nostra vita, da noi stessi.
“Quando ci incontriamo è bellissimo … Se no, non c’è niente da fare”: perché? Perché è così! Ed è subito sera …
Alcuni hanno voluto vedere in questa preghiera gestaltica un’esaltazione della separazione. A me non sembra che sia così. Essa è indubbiamente dura nel far emergere la falsità dell’idea di un perfetto accordo idillico, in cui io sono cambiato dalla tua presenza al punto da diventare un essere angelico, o tu dalla mia in modo che tu diventi un angelo. Questo ideale, inteso come un’aspettativa nei confronti della realtà, è utopistico e implica una denigrazione nei confronti della realtà stessa, che non è necessariamente in accordo con i nostri criteri. Il paradigma, infatti, per la nostra azione non è una qualche nozione astratta, ma l’uomo così com’è. Simmetrica rispetto alla falsità dell’unione perfetta, c’è la falsità dell’aspettativa della perfetta autonomia e della completa autosufficienza. Siamo sempre anche dipendenti. Abbiamo bisogno di qualcosa per curare la nostre ferite, senza dimenticare la ferita più profonda che è la conoscenza che dobbiamo morire. Noi sappiamo, per lo più a un livello sublimare ma che pervade tutta la nostra coscienza, che siamo arbitrariamente buttati in questo mondo. Il nostro tentativo di appagare questa ferita inguaribile consiste nell’aver bisogno e nel chiedere un’infinità di amore. Abbiamo voglia di ritrovarci tra le braccia della mamma, nel paradiso del grembo, o nell’utopia. Anche questa è una nostra realtà, non è solo patologia. Siamo dipendenti e siamo autonomi: non c’è contraddizione. L’essere umano è un individuo indipendente, eppure fa parte di un sistema. E’ per questo che un rapporto deve respirare, oscillando tra separazione e fusione. Parlando di separazioni è importante non sopravvalutare l’autonomia, l’autosufficienza della maturità, ma considerarla un aspetto della nostra natura eternamente duale.
Barrie Simmons
a cura di Diletta Saltara
…a seguire: LA SEPARAZIONE SANA
