VIVERE E’ SEPARARSI

LA SEPARAZIONE SANA

Per concludere questo quadro d’insieme, voglio aggiungere qualche considerazione sulla separazione sana. Se prendiamo in considerazione la situazione clinica, nell’elaborazione di un lutto possiamo osservare il succedersi di una serie di fasi.
1. In un primo momento sopravviene una specie di anestesia, in conseguenza dello shock della perdita, dalla quale emerge poi il lutto, la tristezza e anche la rabbia. Il duro impatto della prima fase può essere evitato, agendo in modo repressivo sull’emotività. Lo si ottiene instaurando una tensione del corpo, che reprime i sentimenti, ovvero mediante un respiro poco profondo. Lo stesso risultato si raggiunge anche con droghe e con l’alcool. Oppure rivolgendo sistematicamente l’attenzione verso la fantasia, piuttosto che guardare ai proprio stato d’animo, e alla situazione reale.
2. La seconda fase del processo inizia quando ci si decide a fare il lutto per la morte del rapporto. Ciò implica il superamento della fase in cui si sa intellettualmente che la situazione è cambiata, che il rapporto è finito. Questo sapere intellettuale può andare di pari passo con un non sapere emotivo. In terapia favoriamo questa consapevolezza aiutando il cliente ad accorgersi di come si impedisce di sentire, rompendo il contatto con se stesso. In questa fase della terapia sorgono le materie incompiute. Accettando di sentirsi triste riguardo alla persona perduta, uno può sentire rabbia; vivendo la sua rabbia per l’altro, può venir fuori la tristezza, oppure un grande senso di amore, e così via. Si esce così da una situazione di stasi dovuta alla paura di rimanere solo, per esempio, oppure a una scissione tra odio e amore, in cui si era consapevoli di un solo sentimento, e non di tutti e due. “Adesso capisco cosa stava succedendo”, si può esclamare uscendo da questa fase. A questo punto emergono anche dei ricordi, a volte vecchissimi. E’ segno che l’individuo sta uscendo dalla gabbia di una struttura congelata e comincia a progredire di nuovo.
3. A questo punto diventa possibile la terza fase il saluto. Colui che fa il lutto è in grado di dire a se stesso, è di dire all’altro in fantasia, le cose che non sono mai state espresse: apprezzamenti, risentimenti, pentimenti riguardo al rapporto; le cose che uno ha sempre temuto di dire per paura di ferire, o paura di essere ferito a sua volta, o perché sono cose imbarazzanti. Rendendosi conto di ciò e esprimendolo, si supera una voluta dimenticanza che spesso ha dominato il rapporto anche precedentemente alla separazione. Quando uno ha detto addio alla persona perduta, cominciano a sorgere i preparativi per uno nuovo stile di vita.

Le prime due fasi possono essere considerate come una preparazione al lasciarsi effettivo e quindi all’essere lavorato, travagliato dalla sofferenza o dalla gioia.
L’accento messo sulla fase del salutare, del dire addio, è stato uno dei contributi notevoli di Fritz Perls. Si tratta in pratica di uno sviluppo della sua concezione della nevrosi come situazione incompiuta. Con la terapia diventa possibile rendersi consapevoli, esprimere ciò che è rimasto inespresso, anche se la persona a cui è diretto non è più fisicamente presente. Solo con l’addio diventa possibile perdonare la persona odiata, lasciar perdere i risentimenti che hanno avuto la funzione di tenere in vita la persona o il rapporto, arrivare anche a un certo amore, all’accettazione della persona come è o era.
L’accettazione del passato è l’unico e ineluttabile sentiero per arrivare al presente e, quindi, per liberarsi dalle vecchie situazioni.
Secondo questo modello, vivere la propria vita è l’unica via per arrivare ad accettare la morte. Non posso accettare la mia morte, se non ho vissuto, se c’è tanto in me che non si è espresso. Se non sono stato me stesso, come posso lasciare la presa? Quello che abbiamo detto fin qui sulla difficoltà si separarsi da una persona, quando c’è un materiale inespresso e incompiuto, è vero anche nel rapporto intrapsichico, tra quell’”io” e quel “tu” che sono ambedue me stesso. Se non ho raggiunto la piena comunicazione, una reciproca accettazione tra quello che c’era, è molto difficile che io lasci questo rapporto senza pentimento e attaccamento. Nella misura in cui ho vissuto, posso permettermi di morire. Se considero la mia vita insufficiente, scialba o sfortunata, non voglio lasciarla; insisto a vivere di più, per avere più occasioni e opportunità, che di fatto non ho. Se riesco invece a pacificarmi con la mia vita, come abbiamo detto relativamente a un morto o a un assente, se posso salvarla, perdonarla e amarla, allora posso separarmi dalla vita sanamente e con soddisfazione. Per ottenere ciò devo perdonarmi gli sbagli che ho commesso, apprezzarmi, ringraziarmi per le cose che mi sono dato, accettare quello che non può essere ormai cambiato, abbracciare me stesso e darmi una mano per far fronte alla più grossa perdita, alla separazione diventata la più importante di tutta la mia esistenza: la mia morte.

BARRIE SIMMONS

a cura di Diletta Saltara

Barrie Simmons - Milano - 2005

Barrie Simmons - Milano - 2005 - Foto di Dario Di Lorenzo

2 risposte a VIVERE E’ SEPARARSI

  1. Grazie per le foto, i ricordi, le parole di Barrie. Fanno caldo e sanno di buono.
    Complimenti.

  2. Ciao Mauro,
    grazie a te,
    che come me mantieni vivo il ricordo di un grande maestro, leggendolo e rivedendolo.
    Diletta

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