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		<title>La psicologia della Gestalt</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 16:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Barrie Simmons]]></category>
		<category><![CDATA[Esistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia della Gestalt]]></category>

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		<description><![CDATA[“La psicologia della Gestalt&#8221; Barrie Simmons (testo intervista) Fonte: Enciclopedia Multimediale delle Scienza Filosofiche Un progetto di Renato Parascandolo,  Roma &#8211; P.za Vittorio,24/04/1997 1 Professore come nasce la teoria della Gestalt? Qual&#8217;è la teoria a cui si ispira, e chi ne &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2011/10/16/la-psicologia-della-gestalt/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=228&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;">“La psicologia della Gestalt&#8221;<br />
Barrie Simmons<br />
(testo intervista)<br />
Fonte: Enciclopedia Multimediale delle Scienza Filosofiche<br />
Un progetto di Renato Parascandolo,  Roma &#8211; P.za Vittorio,24/04/1997</p>
<p>1 Professore come nasce la teoria della Gestalt? Qual&#8217;è la teoria a cui si ispira, e chi ne è il caposcuola?</p>
<p>1 La psicoterapia della Gestalt è un approccio esistenziale, nasce in un certo senso dalla psicoanalisi freudiana e dall&#8217;incontro tra questa e altre correnti di pensiero. Nasce, in un certo senso, da un seminario di ricerca continuativa, che faceva Wilhelm Reich negli anni Venti-Trenta a Berlino, presso l&#8217;Istituto di Psicoanalisi. Era una ricerca straordinaria, ma ripetuta, sui casi falliti della psicoanalisi. Continuavano a guardare, nel corso di questo esame, il collega Friedrich Perls, che cominciava a revisionare la teoria psicoanalitica di Freud. Fritz Perls &#8211; moriva nel Settanta &#8211; ha creato, ideato, inventato questo approccio. Perls ha subito molte altre influenze, oltre la psicoanalisi, che è la sua matrice fondamentale. Era il nipote di uno dei più grandi psicologi della Gestalt &#8211; psicologia della percezione -, scuola che era fiorita in Germania soprattutto, ma anche in tutto il mondo, negli anni Venti e Trenta, e che continua a esistere. E&#8217; stato molto affascinato dal pensiero esistenzialista. In quegli anni a Berlino insegnavano Martin Buber &#8211; filosofo ebreo, ma che ha avuto una grossa influenza sul pensiero cristiano contemporaneo &#8211; e Paul Tillich, che è stato un grande teologo protestante di carattere esistenzialista derivato da Kierkegaard. Perls è stato influenzato da questo, ma anche dallo Zen.</p>
<p>2 Può mostrarci quali sono i concetti principali di questo pensiero?</p>
<p>2 La psicoterapia della Gestalt fondamentalmente è una psicoterapia. Non ha una psicologia sviluppata, non deriva da presupposti riguardo all&#8217;eziologia, cioè lo sviluppo dell&#8217;individuo come acquisto di un comportamento nevrotico. Parte, invece, da una filosofia, poi applica delle tecniche per eseguire questa filosofia. Cerco di essere più chiaro. Sotto ogni impostazione psicoterapeutica ci sono valori e principi filosofici. Il vecchio Freud fondamentalmente pensava nei termini della scienza dell&#8217;Ottocento, della scienza del tardo Ottocento &#8211; dello Scientismo e del Positivismo deterministico. Era una visione biologicamente darwiniana, peraltro più chiusa al movimento e al soggetto, alla soggettività (tutto molto modificato nella rivoluzione post-einsteiniana). La Gestalt parte, diciamo, da una visione molto più esistenziale; parte dalla considerazione che siamo qui ed ora, che il passato esiste unicamente come traccia, rudere, registro archivio, ricordo, che non c&#8217;è. Esiste oggi solo quello che è presente, che il futuro non c&#8217;è, esiste soltanto come anticipazione, paura, speranza, pianificazione, progettazione. Fondamentalmente, dunque, non possiamo continuamente attribuire, per esempio, i nostri guai al passato e porre le nostre speranze, la nostra positività nel futuro. La Gestalt cerca di sensibilizzare l&#8217;individuo al suo essere qui ed ora, cerca di aiutarlo a stare qui ed ora e ad assumersi la responsabilità della sua esistenza, perché è inutile dire: &#8220;Sono così, faccio così, perché quando avevo tre anni mi è successo questo&#8221;. Se guardi adesso, non hai più tre anni, è solo un ricordo. Se tu ti rendi conto che stai qui, adesso, e che non sei ancora là, dentro quella situazione, cambia tutta la prospettiva.</p>
<p>3 Qual è la rielaborazione che la Gestalt fa delle radici, della storia? Qual è la relazione con il passato?</p>
<p>3La psicoanalisi lavora archeologicamente. Freud stesso diceva che la psicoanalisi era molto più uno strumento di ricerca che un metodo di guarigione. Nella psicoanalisi si scava nel passato cercando di ricordare, di riprendere, pur di guarire. Nella Gestalt, la nostra esperienza è che quando una persona, nel qui ed ora, scelga di cambiare e modifica il suo comportamento, allora vengono un mare di ricordi, che però non sono una corazza. I ricordi sono un epifenomeno, non sono l&#8217;elemento causale, l&#8217;elemento attivo. L&#8217;attivo è la volontà dell&#8217;uomo e la decisione.</p>
<p>4 La Gestalt fa molta leva sul concetto di &#8220;responsabilità&#8221;, che lei ha già citato. Cosa significa in questo contesto?</p>
<p>4 La responsabilità non vuol dire imputazione o colpevolizzazione: &#8220;Tu sei responsabile&#8221;, &#8220;è colpa tua&#8221;. No. E&#8217; chiaro che l&#8217;individuo è stato plasmato da molteplici fattori. C&#8217;è una costituzione genetica, c&#8217;è un contesto in cui uno nasce &#8211; luogo, epoca, ceto sociale. Il bambino è sotto controllo dei genitori e di altri grandi. E&#8217; impossibile dire: &#8220;tu sei l&#8217;autore di tutto quello che sei&#8221;. D&#8217;altra parte, nessuno può assumersi la responsabilità per me, effettuare le decisioni vitali, indirizzare la mia esistenza. Detto in termini più semplici: qualcuno deve portare fuori la spazzatura. La spazzatura mia la porto io. La responsabilità, dunque, non è colpevolizzazione. Tu sei l&#8217;autorità di tutto. Ma tu sei oggi il tuo problema. Non sono il problema di qualcun altro. Responsabilità significa modificare una situazione. Gli altri hanno la loro vita da vivere. E poi chi è pronto ad assumersi la responsabilità per me? Forse è meglio, alla fine, che io mi responsabilizzi per me stesso.</p>
<p>5 Qual è la visione generale dell&#8217;uomo che sottende alla psicoterapia della Gestalt? C&#8217;è qualche incompatibilità con qualche orientamento filosofico, religioso, umano?</p>
<p>5 Il bisogno di base della psicologia-psicoterapia della Gestalt è una visione esistenziale. Cerchiamo perciò di guardare alla realtà dell&#8217;uomo buttato nella sua vita. Per esempio, uno dei grossi fattori è che l&#8217;essere umano cerca di arricchirsi &#8211; non parlo solo materialmente &#8211; approfondirsi, elevarsi evolversi arricchirsi culturalmente e umanamente, diventare qualcosa con cui è più felice, integrato, contento e, nel mezzo di questo sforzo di migliorarsi, muore. Questa è la situazione reale. Noi siamo sotto questa spada di Damocle. La morte può succedere in qualsiasi momento, non è prevedibile e l&#8217;unico breve quesito per morire è l&#8217;essere nato. Cio può accadere ad un bimbo e può accadere ad un vecchio. Noi siamo sempre sotto questa minaccia. C&#8217;è una non garanzia, un&#8217;incertezza, che caratterizza fondamentalmente la vita dell&#8217;essere umano. Gli altri organismi non capiscono questo come lo capisce l&#8217;uomo. L&#8217;uomo è chi sa che è davanti a questo pericolo, che la sua vita molto probabilmente comporta, se è fortunato, invecchiamento e malattia, ma comunque morte. Questo condiziona fondamentalmente la nostra situazione.</p>
<p>6 Friedrich Perls diceva una cosa molto bella quando affermava che lo scopo della terapia della Gestalt era quello di trasformare individui di plastica in persone reali. Cosa vuol dire questo?</p>
<p>6 Vuol dire forse che noi viviamo in un&#8217;epoca dove, più che mai, nella storia umana, c&#8217;è l&#8217;imposizione del modello. Oggi tutti hanno il dovere di essere belli, creativi, ottimistici, socievoli, positivi. E&#8217; anche manipolabile per gli scopi, senz&#8217;altro sacrosanti, della società. In questo momento storico, quando il modello, le regole, il ruolo sono imposti così pesantemente, ci dovrebbe essere positività. Invece non c&#8217;è mai stata una epidemia di malattie psicosomatiche, di malattie mentali, di tossicodipendenza. E&#8217;un&#8217;ondata di reazione contro l&#8217;imposizione della positività, per cui in tutto il mondo c&#8217;è violenza su ogni quadrato della città e c&#8217;è abuso in ogni normale rapporto umano, tra uomo e donna, tra adulto e bambino, tra società e stato. Allora Fritz Perls percepiva noi tutti come alienati da noi stessi. C&#8217;è un pensatore psicoanalitico, Winnicot, che in qualche modo vedeva singolarmente, e parla del &#8220;falso Sé&#8221;. L&#8217;individuo da bambino è obbligato a scegliere tra essere adeguato alla sua natura, leale ai suoi bisogni e desideri, o adattarsi, adeguarsi al modello &#8211; io ho detto prima regole, ruoli -, cioè fa quello che la famiglia richiede come prezzo di appartenenza e come qui pro quo per il sostegno di cui il bambino ha assoluto bisogno. Il bambino impara dunque a scegliere tra se stesso e se stesso, tra la sua sopravvivenza come soggetto, come essere che si sente e si esprime e la sua sopravvivenza come organismo, come unità sociale, come persona che ha altri bisogni. Ha bisogno di essere amato, ha bisogno di attenzione. Allora noi cresciamo, svolgendo dei ruoli, vivendo solo parzialmente, rimuovendo o scartando grosse fette di noi stessi e così diventiamo quello che Perls in una parola chiamava &#8220;plastica&#8221;, invece di essere carne e ossa.</p>
<p>7 Professore, proviamo a entrare nel &#8220;setting&#8221;. Come si svolge la terapia? Può descriverci in qualche modo le tecniche, la loro relazione con il trattamento terapeutico della Gestalt?</p>
<p>La Gestalt punta a mettere l&#8217;individuo in contatto diretto con la situazione, il tema che si sta esplorando. Alla fine, implicitamente, cerca di mettere l&#8217;individuo in contatto diretto con se stesso. Anziché stare esterno a me e considerarmi al di sopra di me, riflettendo, io mi sento, agisco con la mia coscienza diretta. Per esempio, se lavoriamo su un sogno, sperimetiamo il sogno. C&#8217;è una specie di psicodramma. Io agisco, recito un ruolo, mi identifico con gli elementi, le forze in campo e tramite questa identificazione, so da dentro mettermi nei panni di cosa significa non partire da un&#8217;astrazione, ma partire da un&#8217;esperienza. Questa esperienza diretta fa nascere una consapevolezza. Una cosa è chi spiega una situazione, un&#8217;altra è che tu ci sei stato, hai visto, hai vissuto, sei testimone diretto. Io non ho bisogno che qualcuno mi spiega che sono qui adesso, cosa sto provando e cosa sto facendo, perché ci sto. Poi c&#8217;è la presa di coscienza, la consapevolezza per il fatto che sono dentro, che non è un rapporto a distanza tra me e me, o me e il mio sogno, o me e il mio ricordo, me e mio padre. Divento mio padre. Io dialogo con diverse parti di me. In questo modo sostituisco la proiezione, cioè il mandar via con l&#8217;identificazione. Come diceva Freud, dunque, dove c&#8217;era Es ci sarà Io, dove c&#8217;era &#8220;quello là&#8221; ci sarà, invece, la persona. Non è più che una mia ombra, una mia parte, un mio difetto è alieno a me, perché io lo assumo, io riprendo possesso, so che fa parte di me, e &#8211; ho detto che dall&#8217;esperienza diretta sorge la consapevolezza; dalla consapevolezza sorge la funzione di responsabilità, perché so cosa faccio, so che io la faccio, non che mi accade o che è dovuto a qualcosa che è successo tra me e il nonno. Chi porta avanti questo comportamento? Se io so che lo faccio, posso anche non farlo. Se io so che io ho la tendenza a mettere in moto la macchina ogni mattina, spingendo troppo sulla benzina, sull&#8217;acceleratore, a volte ingolfo il motore. Se so questo, posso cambiare il modo di fare. Perciò prendo la mia vita in mano e scelgo, decido io, assumendo la responsabilità, dell&#8217;attimo che sto per vivere.<br />
Nella seduta l&#8217;individuo è portato a prendere contatto diretto col suo vissuto. Noi raccontiamo una situazione, la viviamo, non riflettiamo a distanza. Da questo processo che ho descritto, l&#8217;uomo cambia. Abbiamo un mare di tecniche (nella Gestalt la tecnica non è centrale) &#8211; fantasie guidate, esperienze motorie o corporee, in cui si prende atto di cose, sentendole, rovesciamenti di ruolo, &#8220;role playing&#8221; non solo con personaggi immaginari del sogno e del passato ma anche tra terapia e paziente. Importante è la relazione, forse la più importante di tutto. Dato che siamo nel &#8220;qui ed ora&#8221; non dimentichiamo che ci sono due persone, l&#8217;incontro tra due persone reali e concrete, sempre ricordate, sempre tenute presenti.</p>
<p>8 A proposito di questa relazione, possiamo parlare di esercizio di potere, da parte del terapeuta nei confronti del paziente?</p>
<p>8 Possiamo parlare parlare di esercizio di potere riguardo a chiunque. Il terapeuta certamente ha in apparenza un grosso peso. Il paziente apparentemente può essere in soggezione, ma la realtà è che molto spesso è più un&#8217;illusione che una realtà. Il terapeuta fondamentalmente, a parere mio, è un tassista: nell&#8217;apparenza di potere è al volante, però la realtà è che porta il paziente dove il paziente vuol essere portato. Non c&#8217;è niente che impedisca il paziente, perché può dire: &#8220;no, scusi, io scendo qua&#8221;, e smetterla o &#8220;ci faccia fermare davanti al prossimo poliziotto&#8221;. Il terapeuta apparentemente domina e guida la situazione; ma se è terapeuta e non un piccolo dittatore, sta cercando di portare il paziente dove vuol arrivare il paziente. Infatti si rivolge ad un terapeuta, non alla mamma, non all&#8217;amico, non all&#8217;amante, perché tutte queste persone vogliono il tuo bene, e hanno ben chiara l&#8217;idea di cos&#8217;è il suo bene. Il terapeuta non ti conosce, almeno all&#8217;inizio, non ha un pregiudizio a tuo riguardo, non sa già cosa andrebbe bene per te.<br />
Un&#8217;altra cosa si può dire riguardo all&#8217;esercizio del potere del terapeuta. Per la psicoanalisi freudiana, l&#8217;analista effettivamente non esiste perché il paziente non ha nessuna presa sulla realtà, sta soltanto proiettando. Al contrario, c&#8217;è un&#8217; altra scuola agli antipodi, l&#8217;ipnoterapia, per la quale il paziente non esiste: c&#8217;è solo la volontà dell&#8217;ipnotista, mentre il paziente fa quello che decide l&#8217;ipnotista. Per la Gestalt, invece, ci sei tu e ci sono io: esiste un io, esiste un tu, siamo tutti e due qui. Io non sono responsabile per quello che fai tu, ma lo sei tu; tu non sei responsabile per quello che faccio io, ma lo sono io. Non ci sono solo io con il mio paziente. C&#8217;è un&#8217;altra persona. Quello che succede tra di noi è l&#8217;interazione tra due persone. La nostra relazione è quello che faccio io con te e te con me.</p>
<p>9 Uno dei cardini della psicoanalisi tradizionale era la rielaborazione del sogno. Come avviene nella Gestalt la rielaborazione dei sogni?</p>
<p>9 La psicoanalisi vede il sogno come un testo da decifrare. Per la Gestalt, invece, un sogno è un&#8217;esperienza, che il profondo dell&#8217;organismo &#8211; noi non parliamo di un inconscio, ma di quello che è inconsapevole, quello che è oltre la nostra immediata osservazione &#8211; ci manda. Allora l&#8217;esperienza vissuta, se non è capita, è rivissuta, e, se non è capita, la rivediamo ancora molte volte. Poi ci sono tutti i dettagli nel sogno, che sono vissuti, non elaborati intellettualmente. La Gestalt, dunque, lavora sul sogno come un vissuto da penetrare vivendo, sentendo, guardando, annusando, toccando, piuttosto che una mappa da studiare.</p>
<p>10 Lei pensa che la terapia della Gestalt si possa adattare anche a culture diverse da quella occidentale?</p>
<p>10 Lo credo, ma si noti bene che questa terapia si adotterà in altre culture se lo vogliono, se ne sentono il bisogno. In Nigeria, secondo l&#8217;esperienza dei medici, la penicillina e anche altri antibiotici statisticamente funzionano molto meglio se offerti ai pazienti dagli stregoni che da un medico nell&#8217;ospedale con il camice bianco. Il professor Veronesi ha detto una volta che, se un uomo va a Lourdes funziona se crede; e se uno va all&#8217;Istituto Tumori di Milano funziona se crede. C&#8217;è, in primo luogo, questo limite. Poi la Gestalt ha anche delle somiglianze con modelli terapeutici di altre culture, dove si visiona e, al limite, si dialoga con le figure del mito e del sogno. Ci sono gestaltisti che hanno lavorato in altri contesti culturali, in Africa, in Cina con delle tribù. Sembra che funzioni, perché soprattutto il paziente nella Gestalt non riceve l&#8217;interpretazione del saggio, ma è aiutato a fare la propria esplorazione e le sue proprie scoperte.</p>
<p>11Lei, in quanto terapeuta, si sente portatore di qualche modello culturale dominante?</p>
<p>11 Mi sento portatore di modelli dominanti perché lo sono; ma sono anche dissidente verso loro. In un&#8217;epoca come la nostra non è semplice attribuire salute e positività alla cultura dominante e dunque, come Freud pensava, lavorare per adattare il paziente alla società. Dall&#8217;altra parte, non si può privilegiare l&#8217;organismo, il soggetto, il bambino o l&#8217;animale biologico dentro di noi perché si finisce con una visione dell&#8217;uomo immediata, priva di contesto. Questa è una grande difficoltà perché ci vuole una mediazione. Se io ho bisogno di una bistecca, uscire in strada e gridare con tutta la mia forza: &#8220;carne, voglio carne&#8221;, non serve a niente. Farei meglio ad avere un po&#8217; di soldi in tasca, andare in una macelleria e comprare, facendo quei rituali sociali, che comportano l&#8217;acquisto di un po&#8217; di carne. Viviamo però in una società pazza, in una cultura che impone valori scarsamente umani e che ci aliena dalla nostra umanità, una società che non pensa più neanche a mantenere una società, ma soltanto a produrre e fare i soldi. Questa società, però, rimane l&#8217;unica società che abbiamo e l&#8217;uomo ha bisogno di un ambiente, l&#8217;uomo non può esistere senza gli altri. Noi siamo perciò in continua mediazione tra due fattori: il soggetto, il mondo oggettivo intorno, i miei bisogni, quello che si aspettano da me. In questo senso noi cerchiamo di spingere l&#8217;individuo verso quello che per lui è vantaggioso. Aver contatto con se stesso, ma mantenere dei rapporti validi &#8211; dare e prendere &#8211; con il mondo intorno.</p>
<p>12 Quali sono i tipi di patologie per i quali la Gestalt si rivela più efficace? Può la Gestalt essere utilizzata a scopo preventivo?</p>
<p>12 Non credo che una terapia sia più adatta per un tipo. Diversa ovviamente la gamma di medicinali e la divisione in specializzazioni della medicina. E&#8217; chiaro che un ortopedico ha il suo campo di azione, un internista un altro. Nella psicoterapia, invece, non credo che un tipo di terapia sia particolarmente rilevante per certe patologie, un altro tipo invece per altre. Piuttosto una determinata psicoterapia col suo modo di vedere e fare, è idonea per il suo modo di vivere e sentire l&#8217;esistenza. La Gestalt ormai esiste più o meno definita, cioè con i suoi contorni in evoluzione, dai tardi anni Quaranta, primi anni Cinquanta. Abbiamo ormai quasi mezzo secolo di esperienza e una grande gamma di applicazioni. In America è più conosciuta. In Italia, in certe altre zone dell&#8217;Europa è relativamente recente, ma anche questo ormai non è una differenza grossa.<br />
Parlavamo appunto della prevenzione. Sarebbe azzardato dire: “noi abbiamo la soluzione alla nostra civiltà, alla nostra società, ai mali di massa”. E&#8217; chiaro che una sensibilizzazione verso se stesso, anche a livello di scuola, a livello educativo, potrebbe aiutare le persone ad avere un minimo di dimestichezza con la propria consapevolezza, e ad assumersi le responsabilità. La Gestalt potrebbe aiutare, ma è chiaro che non si trasforma una civiltà per decreto, non si modificano le scuole con una legge. Stiamo parlando di miliardi di esseri umani. Inoltre l&#8217;imposizione di nuove soluzioni, la risoluzione definitiva dei problemi è una mentalità che ci ha anche creato un mare di guai.</p>
<p>13 Le faccio un&#8217;ultima domanda che riguarda invece la relazione tra la psicoterapia della Gestalt e le più moderne discipline psicobiologiche. Qual&#8217;è il loro rapporto e qual&#8217;è la loro relazione con discipline, come per esempio la psicogenetica e la neuropsicologia?</p>
<p>13 Nella misura in cui sorgono dati di fatto, ipotesi utilizzabili, la Gestalt è capace di utilizzarli per noi, non partendo da presupposti teorici ma dall&#8217;esperienza. La Gestalt è molto comprensibile nel contesto nuovo della neuropsicologia. Il nostro lavoro sistematicamente promuove il lato destro, che governa il lato sinistro; mentre il lato sinistro, che è in generale affettività e creatività, è sottovalutato nella nostra cultura, la quale favorisce il lato destro: la stretta di mano viene data, per esempio, con la destra. Noi disorganizziamo il lobo sinistro, noi smantelliamo il comportamento integrato del lato destro e promuoviamo l&#8217;uscita dal naturale del lato sinistro. I più coscienti, i più sensibili, capiscono benissimo</p>
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<p>che la coscienza dello spirito umano non è riducibile ai dati di fatto e ai principi di biologia. L&#8217;essere umano rimane un problema per se stesso. L&#8217;uomo continua a vivere nella sua libertà, nella sua possibilità di scegliere, nella sua condanna a dover decidere per essere responsabile.</p>
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		<title>VIVERE E&#8217; SEPARARSI</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 17:56:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Separazione; Perdita; Morte]]></category>

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		<description><![CDATA[LA SEPARAZIONE SANA Per concludere questo quadro d&#8217;insieme, voglio aggiungere qualche considerazione sulla separazione sana. Se prendiamo in considerazione la situazione clinica, nell&#8217;elaborazione di un lutto possiamo osservare il succedersi di una serie di fasi. 1. In un primo momento &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2011/07/12/vivere-e-separarsi-9/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=222&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>LA SEPARAZIONE SANA</strong></em></p>
<p>Per concludere questo quadro d&#8217;insieme, voglio aggiungere qualche considerazione sulla separazione sana. Se prendiamo in considerazione la situazione clinica, nell&#8217;elaborazione di un lutto possiamo osservare il succedersi di una serie di fasi.<br />
1. In un primo momento sopravviene una specie di anestesia, in conseguenza dello shock della perdita, dalla quale emerge poi il lutto, la tristezza e anche la rabbia. Il duro impatto della prima fase può essere evitato, agendo in modo repressivo sull&#8217;emotività. Lo si ottiene instaurando una tensione del corpo, che reprime i sentimenti, ovvero mediante un respiro poco profondo. Lo stesso risultato si raggiunge anche con droghe e con l&#8217;alcool. Oppure rivolgendo sistematicamente l&#8217;attenzione verso la fantasia, piuttosto che guardare ai proprio stato d&#8217;animo, e alla situazione reale.<br />
2. La seconda fase del processo inizia quando ci si decide a fare il lutto per la morte del rapporto. Ciò implica il superamento della fase in cui si sa intellettualmente che la situazione è cambiata, che il rapporto è finito. Questo sapere intellettuale può andare di pari passo con un non sapere emotivo. In terapia favoriamo questa consapevolezza aiutando il cliente ad accorgersi di come si impedisce di sentire, rompendo il contatto con se stesso. In questa fase della terapia sorgono le materie incompiute. Accettando di sentirsi triste riguardo alla persona perduta, uno può sentire rabbia; vivendo la sua rabbia per l’altro, può venir fuori la tristezza, oppure un grande senso di amore, e così via. Si esce così da una situazione di stasi dovuta alla paura di rimanere solo, per esempio, oppure a una scissione tra odio e amore, in cui si era consapevoli di un solo sentimento, e non di tutti e due. “Adesso capisco cosa stava succedendo”, si può esclamare uscendo da questa fase. A questo punto emergono anche dei ricordi, a volte vecchissimi. E’ segno che l’individuo sta uscendo dalla gabbia di una struttura congelata e comincia a progredire di nuovo.<br />
3. A questo punto diventa possibile la terza fase il saluto. Colui che fa il lutto è in grado di dire a se stesso, è di dire all’altro in fantasia, le cose che non sono mai state espresse: apprezzamenti, risentimenti, pentimenti riguardo al rapporto; le cose che uno ha sempre temuto di dire per paura di ferire, o paura di essere ferito a sua volta, o perché sono cose imbarazzanti. Rendendosi conto di ciò e esprimendolo, si supera una voluta dimenticanza che spesso ha dominato il rapporto anche precedentemente alla separazione. Quando uno ha detto addio alla persona perduta, cominciano a sorgere i preparativi per uno nuovo stile di vita.</p>
<p>Le prime due fasi possono essere considerate come una preparazione al lasciarsi effettivo e quindi all’essere lavorato, travagliato dalla sofferenza o dalla gioia.<br />
L’accento messo sulla fase del salutare, del dire addio, è stato uno dei contributi notevoli di Fritz Perls. Si tratta in pratica di uno sviluppo della sua concezione della nevrosi come situazione incompiuta. Con la terapia diventa possibile rendersi consapevoli, esprimere ciò che è rimasto inespresso, anche se la persona a cui è diretto non è più fisicamente presente. Solo con l’addio diventa possibile perdonare la persona odiata, lasciar perdere i risentimenti che hanno avuto la funzione di tenere in vita la persona o il rapporto, arrivare anche a un certo amore, all’accettazione della persona come è o era.<br />
L’accettazione del passato è l’unico e ineluttabile sentiero per arrivare al presente e, quindi, per liberarsi dalle vecchie situazioni.<br />
Secondo questo modello, vivere la propria vita è l’unica via per arrivare ad accettare la morte. Non posso accettare la mia morte, se non ho vissuto, se c’è tanto in me che non si è espresso. Se non sono stato me stesso, come posso lasciare la presa? Quello che abbiamo detto fin qui sulla difficoltà si separarsi da una persona, quando c’è un materiale inespresso e incompiuto, è vero anche nel rapporto intrapsichico, tra quell’”io” e quel “tu” che sono ambedue me stesso. Se non ho raggiunto la piena comunicazione, una reciproca accettazione tra quello che c’era, è molto difficile che io lasci questo rapporto senza pentimento e attaccamento. Nella misura in cui ho vissuto, posso permettermi di morire. Se considero la mia vita insufficiente, scialba o sfortunata, non voglio lasciarla; insisto a vivere di più, per avere più occasioni e opportunità, che di fatto non ho. Se riesco invece a pacificarmi con la mia vita, come abbiamo detto relativamente a un morto o a un assente, se posso salvarla, perdonarla e amarla, allora posso separarmi dalla vita sanamente e con soddisfazione. Per ottenere ciò devo perdonarmi gli sbagli che ho commesso, apprezzarmi, ringraziarmi per le cose che mi sono dato, accettare quello che non può essere ormai cambiato, abbracciare me stesso e darmi una mano per far fronte alla più grossa perdita, alla separazione diventata la più importante di tutta la mia esistenza: la mia morte.</p>
<p><strong>BARRIE SIMMONS</strong></p>
<p><em>a cura di Diletta Saltara</em></p>
<div id="attachment_105" class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2009/01/dscn0014.jpg"><img class="size-full wp-image-105 " title="Barrie Simmons" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2009/01/dscn0014.jpg?w=480&#038;h=360" alt="Barrie Simmons - Milano - 2005" width="480" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">Barrie Simmons - Milano - 2005 - Foto di Dario Di Lorenzo</p></div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/222/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/222/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=222&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Barrie Simmons</media:title>
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		<title>VIVERE E&#8217; SEPARARSI</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 17:39:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Fritz Perls]]></category>
		<category><![CDATA[preghiera della Gestalt]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia della Gestalt]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto di coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[UN  VERO RAPPORTO Un vero rapporto &#8211; nella terapia, nel matrimonio o tra genitori e figli – respira: c&#8217;è fusione e c&#8217;è separazione; ci sono momenti di passaggio: avvicinamento dalla lontananza e allontanamento dalla vicinanza. Un rapporto che respira è &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2011/05/19/vivere-e-separarsi-8/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=219&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>UN  VERO RAPPORTO </em></strong></p>
<p style="text-align:left;" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Un vero rapporto &#8211; nella terapia, nel matrimonio o tra genitori e figli – respira: c&#8217;è </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">fusione e c&#8217;è separazione; ci sono momenti di passaggio: avvicinamento dalla lontananza e al</span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">lontanamento dalla vicinanza. Un rapporto che respira è un rapporto vivo: un rapporto in cui non si cerchi la giusta distanza, &#8211; né troppa né troppo poca — è un rapporto formale, morto; o piuttosto imbalsamato. In ultima analisi possiamo dire che ciò che esiste non è un rapporto, ma piuttosto due persone, ciò che fanno l&#8217;uno con l&#8217;altro, la loro interazione. Il rapporto è un</span></span></span><span style="color:#000000;"><sup><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">’</span></span></sup></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">astrazione di cui parlano gli psicologi e gli amanti in difficoltà. Quando siamo presenti l’uno all’altro, non parlo del nostro rapporto; parlo di me e di te. Quando ipotizzo un rapporto, falsifico un processo vivo di interazione rendendolo una cosa, un concetto. Come un modello di un rapporto vivo e onesto vorrei proporre l&#8217;atteggiamento che troviamo nella famosa “preghiera gestaltica” di Fritz Perls:</span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;">“<span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>Io faccio la mia cosa e tu fai la tua cosa. </em></span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>Io sono io e tu sei tu</em></span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>Io non sono in questo mondo per soddisfare le tue </em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>aspettative</em></span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>Né tu sei in questo mondo per soddisfare le mie</em></span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>Se ci incontriamo è bello</em></span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>E se no, non c&#8217;è niente da fare”.</em></span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Secondo me, ci sono moltissime implicazioni in queste brevi frasi. C&#8217;è qualcosa che possiamo descrivere come il mistero del tempo e della transitorietà, che è implicito a tutto il nostro discorso sulla separazione. Perché, pur non volendolo, dobbiamo separarci: dal grembo dei genitori, dall’infanzia, da certe illusioni, l&#8217;uno dall&#8217;altro, e poi,inevitabilmente, dalla nostra salute, dalla nostra vita, da noi stessi.</span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;"> “Quando ci incontriamo è bellissimo … Se no, non c’è niente da fare”: perché? Perché è così! Ed è subito sera …</span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Candara,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Alcuni hanno voluto vedere in questa preghiera gestaltica un’esaltazione della separazione. A me non sembra che sia così. Essa è indubbiamente dura nel far emergere la falsità dell’idea di un perfetto accordo idillico, in cui io sono cambiato dalla tua presenza al punto da diventare un essere angelico, o tu dalla mia in modo che tu diventi un angelo. Questo ideale, inteso come un’aspettativa nei confronti della realtà, è utopistico e implica una denigrazione nei confronti della realtà stessa, che non è necessariamente in accordo con i nostri criteri. Il paradigma, infatti, per la nostra azione non è una qualche nozione astratta, ma l’uomo così com’è. Simmetrica rispetto alla falsità dell’unione perfetta, c’è la falsità dell’aspettativa della perfetta autonomia e della completa autosufficienza. Siamo sempre anche dipendenti. Abbiamo bisogno di qualcosa per curare la nostre ferite, senza dimenticare la ferita più profonda che è la conoscenza che dobbiamo morire. Noi sappiamo, per lo più a un livello sublimare ma che pervade tutta la nostra coscienza, che siamo arbitrariamente buttati in questo mondo. Il nostro tentativo di appagare questa ferita inguaribile consiste nell’aver bisogno e nel chiedere un’infinità di amore. Abbiamo voglia di ritrovarci tra le braccia della mamma, nel paradiso del grembo, o nell’utopia. Anche questa è una nostra realtà, non è solo patologia. Siamo dipendenti e siamo autonomi: non c’è contraddizione. L’essere umano è un individuo indipendente, eppure fa parte di un sistema. E’ per questo che un rapporto deve respirare, oscillando tra separazione e fusione. Parlando di separazioni è importante non sopravvalutare l’autonomia, l’autosufficienza della maturità, ma considerarla un aspetto della nostra natura eternamente duale.</span></span></span></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><em>Barrie Simmons</em></strong></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><em>a cura di Diletta Saltara</em></strong></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em><strong>&#8230;a seguire: <em><strong>LA SEPARAZIONE SANA</strong></em></strong></em></p>
<div id="attachment_196" class="wp-caption alignnone" style="width: 490px"><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/03/barrie-2.jpg"><img class="size-full wp-image-196" title="Barrie Simmons -  Milano, 2005 - Foto di dario di Lorenzo" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/03/barrie-2.jpg?w=480&#038;h=360" alt="" width="480" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">Barrie Simmons - Milano, 2005 - Foto di dario di Lorenzo</p></div>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em><strong></strong></em><br />
<strong><em></em></strong></p>
<p style="text-align:left;" lang="it-IT">
<p><strong><em><br />
</em></strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/219/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/219/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=219&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 12:49:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=215&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/04/le-maschere-del-sogno-associazione-culturale-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-216" title="LE MASCHERE DEL SOGNO " src="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/04/le-maschere-del-sogno-associazione-culturale-1.jpg?w=500&#038;h=707" alt="" width="500" height="707" /></a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/215/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/215/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=215&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>VIVERE E&#8217; SEPARARSI</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 12:25:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Barrie Simmons]]></category>
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		<category><![CDATA[rapporto patologico]]></category>
		<category><![CDATA[relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Rapporti autentici e in autentici Quando un rapporto può essere detto autentico? Quando la persona è capace di esprimersi completamente in esso, inclusa la capacità di “chiudere” emotivamente le situazioni che si creano nel corso del rapporto. Ciò implica che &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2011/04/13/vivere-e-separarsi-7/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=191&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Rapporti autentici e in autentici</strong></em></p>
<p>Quando un rapporto può essere detto autentico? Quando la persona è capace di esprimersi completamente in esso, inclusa la capacità  di “chiudere” emotivamente le situazioni che si creano nel corso del rapporto. Ciò implica che nel rapporto ci sia spazio non solo per un angelo, ma per la persona che sono veramente, con la mia meschinità, la mia rabbia, la mia genialità, la mia paura, la mia timidezza, la mia audacia ecc. &#8230; Se non c&#8217;è spazio per il mio corpo o per la mia mente, o per qualsiasi elemento significativo   di   me   stesso,   dobbiamo   definire questo rapporto poco reale, inautentico. Nel rapporto formale si sottrae una parte della persona, la si chiude in un ghetto, aggiungendo al suo posto atteggiamenti, ruoli, regole che falsano. Questo è vero per tutti i rapporti, incluso il rapporto con se stesso.  Ed è vero in particolare per i rapporti più intimi, quelli nei quali investiamo di più emotivamente e ci aspettiamo di più. Di solito proprio in questi si accumulano tanta delusione inespressa e tanti risentimenti, che le persone – marito e moglie, figli e genitori – a un certo punto non si vedono e non si sentono più l’un l’altro: stanno cioè isolati, narcisisticamente fuori da ogni scambio, pur convivendo e sfiorandosi fisicamente in continuazione. Questo è il contenuto concreto quotidiano di quello che possiamo chiamare, in modo altisonante, rapporto in autentico. Non avviene solo che tu non vedi me, ma anche che io non mi mostro; non solo io non ti ascolto, ma tu non fai sentire la tua voce: questa è la nostra collusione nel rapporto falso. Si crea un’associazione a delinquere raffinata, mediante cui ci aiutiamo reciprocamente a tradire se stesso e l’altro.<br />
Il rapporto autentico invece richiede la capacità di separazione autentica. Noi possiamo avere una vera comunicazione se io sono anche capace di sbatterti la porta in faccia; possiamo avere un vero sì, se tu sai anche darmi un pieno no.  Se io sono in grado di separarmi da te quando ne ho bisogno, in quanto ciò è richiesto dalla mia situazione reale, questa separazione mi permette, quando ci incontriamo di nuovo, di incontrarci pienamente, con vero coinvolgimento. Se non abbiamo diritto di dire “no”, finiamo col non poter dire “si”. Se, per la mia o per la tua paura di essere solo, non abbiamo la possibilità di girarci le spalle e di separarci, avverrà in ognuno di noi una scissione interna, in seguito alla quale una parte del vero Sé non comparirà nell&#8217;interazione e finirà ingoiata in una migrazione interiore dell&#8217;anima. Chi può veramente separarsi dall&#8217;altro, può veramente incontrare l’altro. Se hai la garanzia che puoi uscire dal rapporto, puoi anche rischiare di coinvolgerti. Io ho paura di essere risucchiato, fagocitato, divorato dall&#8217;altro; ma se sono in grado di uscire quando voglio e ho bisogno, posso anche impegnarmi nell&#8217;incontro. Quello che ho descritto ha a che fare con la famiglia patologica, in cui, non potendo uscire minimamente, non oso entrare. Si verifica anche nella coppia  patologica,  nonché  nella  terapia patologica. Molte terapie sono patologiche per i il semplice fatto che il terapeuta, temendo di perdersi nei guai del paziente, non osa aprirsi a lui e incontrarlo veramente. Il timore di essere trascinato via nei meandri della follia dell&#8217;altro, avvolto dalla sua sofferenza al punto da perdere il sonno e da essere ossessionato dai suoi guai, è dovuto all&#8217;incapacità di separarsi. Non posso dimenticare il paziente, chiudendo il contatto;  non   posso  neanche   riconoscere  che  il contatto non c&#8217;è, in quanto l&#8217;altro non è disponibile al contatto; non posso, cioè non devo: il mio dovere è di stare lì, di rendermi utile, di essere comprensivo, accettante. Come terapeuta devo essere un santo!  Il terapeuta deve solo dare; non ha il diritto di arrabbiarsi; di rifiutare, di esprimere panico, ansia, paura. Insomma, non avendo il diritto di esistere, non può dare al paziente il permesso di esistere pienamente. Il loro rapporto è perciò ridotto a qualcosa di formale di banalmente irreale. Il terapeuta non ha il diritto di ritirarsi dal contatto, salvo  all’ora stabilita per la fine della seduta, non ha diritto di andar via, ma deve rimanere in posizione difensiva, alla giusta distanza.<br />
Carl Rogers parla di accettazione incondizionata. Ma Rogers è quasi un santo …! Noi, esseri umani comuni, abbiamo bisogno, per poter essere coinvolti, del diritto all’intervallo, alla fuga; per prendere contatto, abbiamo bisogno di interrompere il contatto. Non esiste un essere presente senza un distacco, proprio come chi dorme la notte può svegliarsi ed essere pienamente sveglio, ma per chi soffre di insonnia la veglia vuol dire  essere  mezzo  addormentato; alla fine della giornata è poi così nervoso che non può dormire, e passa la notte mezzo sveglio &#8230;  La  veglia,  mezzo   addormentato,  e  il sonno, mezzo sveglio, sono la stessa cosa, uno  stato che può essere adottato come simbolo dei  brutti  compromessi  nevrotici  ai   quali  spesso facciamo ricorso. Un altro esempio, preso nel  contesto della psicoterapia, è lo stato di distacco professionale, in cui il terapeuta è tutto occupato dalla diagnosi, dalla prognosi, dalla preparazione   del   prossimo   intervento,   dal   ricordo della biografia del paziente, dalla storia familiare del caso. Il terapeuta non può prestare attenzione a tutto ciò ed essere anche veramente aperto all&#8217;esperienza di sé e dell&#8217;altro. Egli è  stato  piuttosto  formato  a  occuparsi  di   tutte  quelle  considerazioni  scientifiche  che  costituiscono la  “professionalità”,  scindendo la  sua consapevolezza intellettuale da quella organica, viscerale. La scissione lo  porta  a identificarsi unicamente con  la  testa.  Si sente giustificato, insomma, quando non c&#8217;è; e si sente debole, in pericolo, e al limite colpevole, quando, ammettendo il contatto, si autorizza a essere presente.</p>
<p><strong><em>Barrie Simmons</p>
<div id="attachment_105" class="wp-caption alignnone" style="width: 490px"><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2009/01/dscn0014.jpg"><img class="size-full wp-image-105" title="dscn0014" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2009/01/dscn0014.jpg?w=480&#038;h=360" alt="Barrie Simmons - Milano - 2005" width="480" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">Barrie Simmons - Milano - 2005 - Foto di Dario Di Lorenzo</p></div>
<p></em></strong></p>
<p><em>a cura di D. Saltara</em></p>
<p><em>&#8230;a seguire:  Un vero rapporto</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/191/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=191&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>VIVERE E&#8217; SEPARARSI</title>
		<link>http://igfworld.wordpress.com/2011/03/29/vivere-e-separarsi-6/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 17:58:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Barrie Simmons]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia della Gestalt]]></category>
		<category><![CDATA[Sintomi]]></category>

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		<description><![CDATA[Sintomi dell&#8217;attaccamento ai morti Quali sono i sintomi del rimanere attaccato a una situazione del passato o a un rapporto morto? Alcuni sintomi sono fisici. Ci sono, per esempio, dei pazienti che delegano certe parti del corpo a rappresentare coloro &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2011/03/29/vivere-e-separarsi-6/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=189&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Sintomi dell&#8217;attaccamento ai morti</em></strong></p>
<p><strong><em><br />
</em></strong> Quali sono i sintomi del rimanere attaccato a una situazione del passato o a un rapporto morto? Alcuni sintomi sono fisici. Ci sono, per esempio, dei pazienti che delegano certe parti del corpo a rappresentare coloro che non ci sono più. Nei casi citati dalla letteratura ci sono donne che hanno tenuto le loro madri in vita sotto forma di ulcera. Personalmente ho<br />
conosciuto un caso, risolto in terapia, di una donna che ha tenuto in vita un fratello amato e odiato come fistola anale. Molto spesso incontriamo persone con mani fredde, voci distanti, con rifiuto del tatto. Questi sintomi possono, in certi casi, simboleggiare il legame con la madre, che aveva sintomi simili, ed equivalere, quindi, a un modo di tenerla in vita. Molto spesso, quando una persona riesce a dire addio interiormente al defunto, le mani si riscaldano e anche i rapporti cominciano ad acquistare un calore umano.</p>
<p>A volte incontriamo individui che si identificano interamente, non solo in parte, con persone morte. Sono essi stessi morti anche se vivi; come zombi, cioè come cadaveri ambulanti, sono senza espressione, controllati, meccanici, anestetizzati. In questo modo<br />
fanno ancora vivere e muovere le persone  perdute.<br />
Esistono anche dei sintomi emotivi dell&#8217;attaccamento alla persona perduta. Identificandosi con i morti, si diventa emotivamente morti. Queste persone non sono depresse:  piuttosto non sentono niente, sono anaffettive. Un altro sintomo emotivo può  essere  il  lutto io  incompleto, che produce una depressione cronica. In questo caso c&#8217;è depressione, sotto forma di malinconia, apatia, mancanza di interesse per la vita. Non essendo la tristezza stata esternata ed elaborata fino in fondo, non si è conclusa. Tra gli altri sintomi emotivi:  il piagnucolio, il rimprovero, il risentimento, il vittimismo, il rimuginare costantemente le ingiustizie subite. Come sintomo complementare e contrario, la colpa: “se fossi stato più comprensivo, più gentile, mio padre   sarebbe   ancora   vivo,   tutto   andrebbe meglio &#8230; “.<br />
Tra i sintomi menzioniamo anche l&#8217;incapacità di  stabilire  dei  rapporti  stretti.  Il  motivo è chiaro:  se stai sempre fantasticando sul passato, anche se inconsapevolmente, non hai tempo per il presente; se sei preso dal rapporto con chi non c&#8217;è, non hai energia per chi c&#8217;è. Una persona in queste condizioni non vede e né ascolta,  e quindi  non  entra in contatto. Ma l&#8217;isolamento dall&#8217;ambiente comporta l&#8217;isolamento da se stesso. Non esiste, infatti, il contatto con se stesso se uno è isolato da quello che c’è intorno, come, inversamente, non c&#8217;è isolamento  dall&#8217;ambiente per chi non è isolato da se stesso.</p>
<p>La capacità di contatto è un tutto non divisibile: non esiste la possibilità di entrare in contatto soltanto in  parte (pur potendo, ovviamente, focalizzare l&#8217;attenzione su un determinato oggetto o stato di coscienza). Di fatto chi è isolato è isolato non solo dagli altri e dal mondo, ma anche da se stesso; e chi ha la capacità di rapporti, ha anche la capacità di rapporto con se stesso. L’attaccamento al passato, rifiutando di situarsi nel “qui e ora”, equivale a un impoverimento radicale dell’esistenza. Da questo fatto esistenziale soggiacente nascono i diversi sintomi.</p>
<p><strong><em>Barrie Simmons</em></strong></p>
<p><strong><em>a cura di D.Saltara</em></strong></p>
<p><em><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/03/barrie-21.jpg"><span style="color:#444444;font-style:normal;"><em>&#8230;a seguire:  Rapporti autentici e rapporti in autentici</em></span></a></em></p>
<p><em><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/03/barrie-21.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-201" title="Barrie Simmons" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/03/barrie-21.jpg?w=480&#038;h=360" alt="Foto di Dario di Lorenzo" width="480" height="360" /></a></em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/189/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/189/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=189&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>LA FAMIGLIA, IL MITO E IL FILO DI ARIANNA</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 11:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Meloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[WORKSHOP &#8211; 15/04/2011 &#8211; Clicca sull&#8217;immagine per informazioni<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=185&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align:center;">
<dl class="wp-caption aligncenter">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://fabiomeloni.wordpress.com/consulenza/gruppi-e-seminari/miti_familiari/"><img class="size-full wp-image-186" title="La famiglia, il mito e il filo di Arianna" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/03/la-famiglia-il-mito-e-il-filo-di-arianna.jpg?w=500&#038;h=707" alt="" width="500" height="707" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">WORKSHOP &#8211; 15/04/2011 &#8211; Clicca sull&#8217;immagine per informazioni</dd>
</dl>
</div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/185/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/185/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=185&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">La famiglia, il mito e il filo di Arianna</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>IL CUORE E L&#8217;AZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 13:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Meloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[(clicca sull&#8217;immagine per andare alla pagina del seminario) Da nevrotici – o “normotici” – quali siamo, non di rado ci facciamo guidare, nel presente, da esperienze passate nelle quali ad una piacevole eccitazione – per un nuovo incontro, per una &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2011/02/02/il-cuore-e-lazione/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=180&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://fabiomeloni.wordpress.com/consulenza/appuntamenti/il-cuore-e-lazione/" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-181" title="Il Cuore e L'Azione" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2011/02/il-cuore-e-lazione.jpg?w=393&#038;h=552" alt="" width="393" height="552" />(clicca sull&#8217;immagine per andare alla pagina del seminario)</a></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Da nevrotici – o “normotici” – quali siamo, non di rado ci  facciamo guidare, nel presente, da esperienze passate nelle quali ad una  piacevole eccitazione – per un nuovo incontro, per una nuova  situazione, per un nuovo amore – è spesso seguita una delusione o,  addirittura, un vero e proprio dolore.  Memori di questi  “apprendimenti”, lentamente costruiamo esistenze nelle quali appena  sentiamo il più leggero segno di affetto, di vicinanza, di intimità, “la  memoria della nostra spiacevole esperienza funzionerà come una luce  rossa di stop. Non riconosciamo il fatto che stiamo commettendo un  errore storico, che la situazione presente può essere considerevolmente  diversa dalla precedente” (Perls). Rinunciamo all’amicizia, all’affetto,  all’amore e inesorabilmente scivoliamo nell’angoscia. Come se avessimo  le “ossa di vetro”, incapaci di “scontrarci con la vita”. Ma è possibile  trovare un’alternativa, tracciare un sentiero diverso? Il seminario si  propone di offrire ai partecipanti l’indicazione di un modo differente  di affrontare il presente, mantenendo l’attenzione sul “qui ed ora”  dell’esperienza e imparando a tenere insieme il “cuore” e l’“azione”.</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Per informazioni e prenotazioni:</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>centropaulgoodman@gmail.com</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>06.916.504.564 (lasciare nome e numero di telefono)<br />
</strong></p>
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			<media:title type="html">Il Cuore e L'Azione</media:title>
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		<title>VIVERE E&#8217; SEPARARSI</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 23:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Saltara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[La separazione della perdita Pochissime persone scelgono di completare il rapporto mozzato e incompiuto tramite la consapevolezza. I più si impediscono di finire il rapporto dopo la separazione, così come non lo hanno fatto prima. Il rifiuto di essere consapevoli &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2010/05/07/vivere-e-separarsi-5/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=152&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_171" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://igfworld.files.wordpress.com/2010/05/barrie2.jpg"><img class="size-medium wp-image-171" title="Barrie Simmons" src="http://igfworld.files.wordpress.com/2010/05/barrie2.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Barrie Simmons</p></div>
<p><strong><em>La separazione della perdita</em></strong></p>
<p>Pochissime persone scelgono di completare il rapporto mozzato e incompiuto tramite la consapevolezza. I più si impediscono di finire il rapporto dopo la separazione, così come non lo hanno fatto prima. Il rifiuto di essere consapevoli non dipende solo dall’abitudine di impedirsi di completare al situazione, ma anche dai guadagni connessi, cioè dal tornaconto, proprio come lo si aveva prima della separazione. Possiamo pensare al caso della vedova, paurosa di tentare nuovi rapporti con uomini, che utilizza l’attaccamento al marito morto come un alibi per non affrontare le nuove situazioni della vita. Nella nostra cultura ci sono persone che pensano che il non reagire equivale a dignità e coraggio, e che quindi sopprimono il loro senso di perdita dopo una separazione subita, reprimendo la tristezza e rifiutando di elaborare il loro lutto; credono di esser al di sopra della debolezza controllando se stessi. Non si permettono in tal modo il processo emotivo della vera separazione, che richiede di abbandonare colui che non c&#8217;è più. Un altro esempio dell&#8217;incapacità di fare ciò che è necessario per porre fine a un rapporto morto possiamo trovarlo nel partner che, essendo abbandonato/a, non vuoi dare sfogo al suo dolore e alla sua rabbia perché  non vuol dare  la   soddisfazione  all&#8217;altro. Invece di  esprimere, e  quindi di espellere, i risentimenti   che   rimangono,   liberandosene   e diventando capace di intraprendere un nuovo cammino, preferisce dare inizio a una guerriglia che comprende litigi patrimoniali, alimenti, assegnazione dei figli, giorni di visita, rifiuto di accettare le decisioni del tribunale, e così via.<strong> </strong>Questo è un modo frequente di manifestare la rabbia. Questa esce fuori, ma non c&#8217;è mai la soddisfazione della sua  espressione catartica e piena. In queste situazioni, se ci si prende la briga di  ascoltare i  motivi  del  risentimento, risulta che l&#8217;individuo non è arrabbiato perché è stato abbandonato o per il modo in cui si è finito  il  rapporto,  ma  perché  l&#8217;altro  fa  delle richieste opprimenti o perché non rispetta la sentenza del giudice. Insomma c&#8217;è sempre un motivo giustificatissimo  per la rabbia, mentre la rabbia reale, naturale, non viene fuori. La rabbia naturalmente è tabù perché è considerata negativa o cattiva; il  lutto  o  la  tristezza<span style="text-decoration:underline;"> </span>perché sono considerati debolezza<span style="text-decoration:underline;">;</span> la colpa, la vergogna, il senso di sconfitta sono tabù perché è l’altro che dovrebbe sentirli, non io, in quanto  è l’altro che ha torto … Il tabù su dei sentimenti non ci impedisce minimamente di sentirli. Ai nostri giorni l<em>&#8216;ethos </em>medico-psichiatrico, sostenuto dai valori edonistici del consumismo e del benessere, ha raggiunto un nuovo tabù: il divieto di sentire il dolore. Se siamo ansiosi, basta prendere uno psicofarmaco o, in un altro contesto culturale, fumare uno “spinello”. Nell&#8217;etica che ho attribuito al consumismo contemporaneo e alla concezione medico-psichiatrica che si è messa al suo servizio esiste una specie di fobia o di divieto riguardo al dolore. La tristezza non deve esistere. Al suo posto subentra la depressione &#8211; una categoria patologica -, oppure la stanchezza, comprensibile in termini fisiologici. In entrambi i casi uno stato di coscienza, un nobile sentimento, la tristezza, è ridotto a cosa sporca e vergognosa, di cui ci si deve liberare.</p>
<p>Un altro modo in cui evitiamo di abbandonare il rapporto morto, lasciando che quello che appartiene al passato sia sepolto nel passato per trovarci nella solitudine e nel vuoto del dopo, è quello di cercare delle occupazioni. “Tieniti occupato”, diciamo come consiglio agli amici; “trova qualcosa da fare, fingi di essere già fuori della crisi prima di esserlo”: questo è in sostanza il contenuto di tale consiglio. Oppure: <em>“</em>Trovati subito un nuovo rapporto”, di nuovo falsandoti, fingendo di essere già fuori e di aver  ripreso interessi, curiosità. “Riempi il vuoto”, diciamo, per non prendere contatto con quel che succede. Se non abbiamo la possibilità di far ricorso a queste strategie, ricorriamo   semplicemente   alla   farsa: fingiamo che niente  sia successo, cioè fingiamo di essere emotivamente morti.  Ma il pericolo di una tale recita è che, ogni volta che fingiamo di essere  emotivamente morti, moriamo davvero un pochino. Quando, insomma, per allergia alla solitudine e al vuoto copriamo la loro esistenza, rimaniamo in loro dominio.</p>
<p>&#8220;C&#8217;è un&#8217;altra considerazione da fare: molti ritengono che lasciare la presa  di un  rapporto morto sia un disonore o un&#8217;offesa, perché magari pensano che l&#8217;unica immortalità possibile  per una persona morta è quella di essere ricordata.  Questa è semplicemente  ignoranza.  Chi  pensa in questo modo non sa che, se c&#8217;è stato  un rapporto vero, significativo, quando l&#8217;altro era veramente presente, allora noi siamo stati toccati, arricchiti, cambiati; la persona che oggi hai perso è veramente entrata  dentro di  te e continua   a  vivere   in   te   come   parte   del   tuo essere:  non come un ricordo soltanto, o come una massima che hai fatto tua e che finisce per stare tra te e il mondo. Dove c&#8217;è stato un vero rapporto, l&#8217;altra persona é diventata una parte funzionale di te stesso. C&#8217;è un aspetto di separazione di cui parliamo raramente, pur incontrandolo nella psicoterapia e anche nella maturazione normale della vita.<strong> </strong>Si tratta della separazione dal sé antecedente, che conosciamo sotto due forme scisse e antite-tiche:   un  sé  ideale  inflazionato  (“se potessi essere me stesso &#8230;!; nessuno di voi mi conosce come realmente sono”), e il suo contrario, il sé abietto e avvilito (“solo io sono sporco, venale, meschino, carogna”). Questo sé a cui non dò vera espressione e che non esiste come realtà &#8211; o perché è troppo, o perché è troppo poco &#8211; è condannato perciò a esistere come fantasia. Quindi ci separiamo da questa situazione  scissa,<span style="text-decoration:underline;"> </span>cominciamo a far vivere il meglio e il peggio di noi stessi; ci  separiamo tanto dall’alibi del sé squalificato, quanto dalla giustificazione del sé ideale; smettiamo di mettere noi stessi troppo in alto o troppo in basso, accettando di essere all’altezza né più né meno della situazione reale.</p>
<p><strong><em>Barrie Simmons</em></strong></p>
<p><em><strong>a cura di D. Saltara</strong></em></p>
<p><em>&#8230;..a seguire:         Sintomi dell&#8217;attaccamento ai morti</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/igfworld.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/igfworld.wordpress.com/152/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=152&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L’INGANNO ED IL DELIRIO: TERAPIE RIPARATIVE E MODELLI DELLA RELAZIONE D’AIUTO</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 21:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Meloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[consulenza]]></category>
		<category><![CDATA[glbt]]></category>
		<category><![CDATA[modello_medico]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia_evoluzionistica]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[terapie_riparative]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo apparso su Laicità e Diritti il 2 Marzo 2010 di Fabio Meloni Le terapie riparative sono un’assurdità per almeno tre aspetti: il primo è che nell’omosessualità non vi è nulla da riparare, se non, a volte, il dolore e &#8230; <a href="http://igfworld.wordpress.com/2010/03/03/l%e2%80%99inganno-ed-il-delirio-terapie-riparative-e-modelli-della-relazione-d%e2%80%99aiuto/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=igfworld.wordpress.com&amp;blog=4273784&amp;post=156&amp;subd=igfworld&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo apparso su <a href="http://www.laicitaediritti.org/?p=348" target="_blank">Laicità e Diritti</a> il 2 Marzo 2010<br />
</em></p>
<p>di<em> <a href="http://www.fabiomeloni.com" target="_blank"><strong>Fabio Meloni</strong></a><br />
</em></p>
<p>Le terapie riparative sono un’assurdità per almeno tre aspetti: il primo è che nell’omosessualità non vi è nulla da riparare, se non, a volte, il dolore e la disperazione provocati dal rifiuto e dal disprezzo, proprio e altrui. Il secondo è che il “danno”, di cui parlano i riparatori, presuppone una rigida linearità dello sviluppo psichico, uguale per tutti, in ragione della quale ogni deviazione dalla “norma” costituisce un guasto da riparare. Eppure, non solo la pretesa universalità di tale sviluppo è tutta da dimostrare ma, quando anche venisse comprovata, e lasciando per un momento da parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rimarrebbe certamente da spiegare perché la deviazione costituisca una patologia da curare. La psicologia evoluzionistica, ad esempio, molto recentemente ha elaborato alcuni modelli matematici che spiegano l’origine evoluzionistica ed il mantenimento dell’omosessualità maschile tra gli esseri umani: l’ipotesi di fondo è quella di una selezione sessualmente antagonista che avvantaggia un sesso e svantaggia l’altro (Camperio Ciani, Cermelli, Zanzotto, 2008; Iemmola, Camperio Ciani, 2009). Il terzo aspetto è legato al fatto che nessuno psicologo o psichiatra ha il potere di “riparare” alcunché, quando anche ci fosse un danno, e non (solo) perché ciò sia scorretto o immorale ma proprio perché, concretamente, non è possibile. Chiunque lo faccia credere si avvicina più alla ciarlataneria o alla magia che alla cura e all’aiuto alle persone. Nel convegno svoltosi alcuni mesi fa a Roma su omosessualità e terapie riparative, mi è parso che quasi tutti i relatori condividessero, in fondo, questo “delirio di onnipotenza” sul ruolo del terapeuta, col risultato di trasformare un’occasione di incontro sulle potenzialità della psicologia e della psicoterapia, in un ring di scontro ideologico che sembrava avere poco a che fare con le possibilità di aiuto alla persona.</p>
<p>Sia i sostenitori che i detrattori delle terapie riparative, attualmente, sembrano molto impegnati a marcare i rispettivi territori e ad acuire la divisione, invece di individuare percorsi più creativi e meno ideologici per sottrarsi alla trappola concettuale della “terapia ripartiva”. D’altronde, promuovere, almeno teoricamente, una scissione dell’integrità psichica dell’individuo, come le pratiche riparative aspirerebbero a fare, non può non produrre, a catena e specularmente, una scissione culturale e sociale. E’ evidente, infatti, che la confusione, il rumore e le divisioni che le terapie riparative producono in ambito culturale, sociale e politico, siano decisamente fuori proporzione rispetto allo scarso peso che hanno in ambito psicologico.</p>
<p>Penso che le terapie riparative non abbiano alcuna efficacia: non scommetterei un centesimo sulla loro possibilità di incidere sull’orientamento sessuale delle persone e, di converso, non credo alla loro possibilità di creare danni reali. Gli studi condotti sino ad oggi sugli esiti “positivi” e sugli effetti nocivi non hanno prodotto risultati degni di attenzione: quel che si può certamente affermare è che le terapie riparative siano ingannevoli e inutili. Piuttosto, a fare danno sono le cattive intenzioni – la mancanza di etica – di chi le pratica. E’ la bassa, a volte infima, qualità etica della relazione d’aiuto che crea danno, non la terapia in sé. E’ la scarsa, a volte infima, qualità umana del professionista a creare danni, non qualche discutibile e forse inefficace strategia di modificazione del comportamento. La terapia aiuta principalmente attraverso la relazione con l’altro e, pertanto, è una cattiva intenzione – consapevole o inconsapevole – nella relazione con l’altro ad essere deleteria. Odiare o provare disgusto per l’omosessualità del proprio paziente (e/o per la propria) e, dunque, allearsi con la sua autodistruttività costituisce la causa reale dei problemi provocati dai riparatori, ben più che lo “strumentario” approntato per l’occasione.</p>
<p>Ma, come si può intuire, la questione è ben più complessa ed ha una portata più vasta di ciò che, a prima vista, può essere suggerito dal tema della “riparazione”. La scarsa qualità etica della relazione e del professionista è un problema che va molto al di là del tema delle terapie riparative e persino delle stesse professioni d’aiuto. E’ significativo che, proprio in occasione del convegno sopra citato, solo uno psicologo e psicoterapeuta statunitense, Jack Dresher, abbia riassunto in una frase, rivolta ai giovani terapeuti, il senso reale dell’aiuto psicologico, della consulenza e della terapia: “Sono stato sorpreso nel sentire che lo scopo della terapia è di arrivare ad una “congruenza”. Questo mi ha sorpreso. Perché questo non è il mio obiettivo terapeutico. Lo scopo della psicoanalisi (ndr.: di qualsiasi terapia seria) è invece la tolleranza delle contraddizioni interne a noi stessi, dobbiamo imparare a vivere con le nostre contraddizioni, mentre l’unico modo per raggiungere la congruenza è rimuovere uno dei due aspetti di una contraddizione.”<br />
Lo psicologo o lo psicoterapeuta non hanno l’obiettivo di eliminare una od entrambe le parti in conflitto all’interno di una persona: al contrario, il loro compito è quello di facilitare il dialogo fra le parti, di evitare, per lo meno, che le parti si ignorino e che, cristallizzandosi nelle loro posizioni, generino sintomi. Banalmente, l’obiettivo è integrare, non disintegrare; lo scopo non è risolvere conflitti, ma produrre movimento e dinamicità. Il cambiamento di comportamento del paziente è frutto di una sua libera scelta, non dell’intervento magico o “riparatore” del terapeuta. Lo scopo della terapia è di restituire al paziente il senso della sua libertà, della sua autonomia, della sua responsabilità e persino della sua creatività in relazione a ciò che è e a ciò che ha, non a “quel che avrebbe avuto se…” o a “quel che sarebbe stato se…”.</p>
<p>E’ evidente, dunque, che dietro la proposta di conversione dell’orientamento sessuale ci sia non solo un chiaro imbroglio su ciò che la psicologia o la psicoterapia possono o non possono fare – ma gli studi scientifici certificano, paradossalmente, con l’assenza di prove, in un senso o in un altro, i limiti del potere terapeutico -, ma anche un problema ben più grave, che riguarda il sempre vivo e mai tramontato “modello medico” in ambito psicologico.<br />
Il “delirio” – come definirlo altrimenti? – è che lo psicologo o lo psichiatra siano una sorta di “chirurghi” dell’anima, che tagliuzzano, estirpano, sradicano, asportano o, al contrario, inseriscono, iniettano, trapiantano, traumi, problemi, esperienze negative, tendenze, orientamenti, valori. E quest’ultima è una bugia pure peggiore della prima.<br />
Se l’inganno delle terapie riparative, infatti, per quanto grave, rimane comunque contenuto nell’ambito della popolazione gay e lesbica, la visione dell’operatore della salute psichica come il “dottore” dell’anima al quale è possibile rivolgersi perché “lui” faccia qualcosa e, dunque, cambi anche l’orientamento sessuale (ma potrebbe essere, come di fatto è, qualunque altra cosa “sgradita”) è una mistificazione culturale disastrosa e che sta all’origine della prima. Il raggiro consiste nel perpetuare l’illusione di una psicologia che, invece di restituire alle persone la responsabilità della propria vita e la libertà di scelta connaturata all’esistenza umana, propone un modello di aiuto fondato su una polarità soggetto-oggetto_di_cura, gerarchicamente organizzata – terapeuta up, paziente down – dove l’attenzione è concentrata sugli “strumenti” (le fantomatiche “terapie riparative”) o sul “sapere” dell’operatore e non sulla qualità della relazione e sulla sua “bontà” etica.<br />
Il problema, insomma, va ben oltre le terapie riparative e investe il senso stesso delle professioni d’aiuto. Il quesito centrale non è se sia più o meno lecito, più o meno etico, modificare l’orientamento sessuale dei pazienti: una volta chiarito che questo non è possibile, la faccenda perde totalmente di interesse, almeno per la psicologia. La politica continua a sguazzarci dentro, come se solo negli scarti di tutto ciò che è autenticamente umano riuscisse a trovare una sua dimensione, ma non è affare questo che possa seriamente riguardare una professione già abbastanza vilipesa dagli schemi culturali correnti.</p>
<p>Il punto è invece un altro: quale tipo di relazione di aiuto e di cura si vuole sviluppare? A quale modello si vuole fare riferimento? Si preferisce perpetuare l’inganno del “modello medico” o gli psicologi e gli psicoterapeuti nostrani vorranno finalmente riconoscere nel paziente un soggetto (e non un oggetto_di_cura) libero, autonomo e responsabile, capace di autodeterminarsi, con i suoi valori e le sue ideologie, le sue credenze e i suoi pregiudizi, e nella relazione di aiuto ciò che permette all’altro di essere pienamente ciò che è e non ciò che si vorrebbe (il terapeuta, la mamma, Freud, etc.) che fosse?<br />
E’ possibile, insomma, una relazione di aiuto che smetta di ingannare e di auto ingannarsi, che rinunci alla verità standard valida per tutti e valorizzi, invece, la preziosità delle verità che ciascuno, con la sua testa e con il suo corpo, riesce a trovare?</p>
<p>Fabio Meloni</p>
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