L’aggrapparsi come conseguenza di situazioni incompiute
La maggior parte dei clienti che incontriamo in psicoterapia sono persone che rifiutano di salutare: non vogliono dire addio a qualcuno, a qualcosa o a qualche momento della loro esistenza. Spesso rifiutano di salutare, di dire addio a persone venute a mancare che avevano un forte significato emotivo. Le persone significative in questo senso non sono solo quelle amate: possono essere anche persone odiate, o persone con cui abbiamo litigato e verso le quali proviamo risentimento. Se in un senso o nell’altro sono significative, c’è spesso la tendenza a rimanere attaccati.
La reazione adattiva funzionale alla perdita di una persona amata è il crollo, la tristezza, il lutto. Dopo un lungo lavoro di lutto, in cui si tocca il fondo della melanconia, dopo una tristezza profondamente vissuta, segue la rinascita, a volte lenta, dell’interesse per gli altri; la vita si risveglia; l’individuo vive una specie di resurrezione.
Una reazione funzionale adattiva alla perdita di una persona odiata è a gioia, il sollievo (“meno male che quello lì sia morto, ossia partito…!”; “finalmente ho il divorzio: beviamo qualcosa!”, o qualcosa del genere). Naturalmente col tempo questa euforia cala. Situazioni sgradevoli che prima erano sullo sfondo, emergono in primo piano. Come nel caso della perdita della persona amata, la gioia e la speranza tornano dopo il lutto, quando si perde una persona odiata la tristezza e il disagio tornano dopo la fine del festeggiamento e del sollievo.
Questa sequenza fa parte naturale della vita. C’è però un problema: siamo addestrati ad essere bravi, coraggiosi, forti, razionali, e soprattutto ad essere buoni; e le persone forti non devono crollare in una buia tristezza perché hanno perso una persona amata; le persone buone non devono essere gioiose perché finalmente hanno troncato con una persona odiata…
Secondo le nostre definizioni culturali, sarebbe una debolezza essere sconfitto dalla scomparsa della persona amata; sarebbe una malvagità celebrare la morte di un nemico odiato. Allora per essere bravi, buoni, razionali, per non essere né deboli né cattivi, noi inibiamo i sentimenti stimolati dalla perdita e dalla separazione. Teniamo la persona presente in fantasia, e quindi non viviamo pienamente la separazione.
Questo fa parte di quella situazione generale di immaturità, a cui ho già accennato quando dicevo che molti di noi ci arrestiamo nella situazione di infanzia.
Questo aggrapparsi, impedendo che abbia luogo la reazione adattiva e funzionale, per la perdita di qualcuno o qualcosa, da quali cause proviene?
Una è certamente la presenza di molte situazioni incompiute tra due persone, molto prima che il rapporto finisca. Non sono pronto a porre termine a una situazione, se questa contiene ancora molte cose inespresse. L’inibizione dell’emozione ci mantiene nella situazione incompiuta. Rimaniamo nella sospensione dell’espressione, in una stasi non solo psichica ma anche fisica, in quanto si esprime muscolarmente.
Quando c’è una inibizione dell’emozione, finché i sentimenti non sono espressi, rimaniamo in una specie di tensione fisica, o psicofisica, che consiste nell’impasse che si crea tra eccitazione che vuole uscire e l’inibizione.
Si potrebbe parlare, a questo punto, di tutto lo sviluppo psicosomatico: dalla tensione tra ciò che vuole uscire e la forza inibente del sintomo, e poi dal sintomo alla malattia grave e così via. Per il nostro scopo è sufficiente palare di come questa tensione, questo trattenersi – Reich lo chiama “armatura”, con funzione di corazza caratteriale – ci tiene nella situazione incompiuta. Rimaniamo nella sospensione dell’espressione, in una stasi non solo psichica ma anche fisica, in quanto si esprime muscolarmente.
Finché questa situazione conflittuale tra quello che vuole uscire e la forza inibente non si risolve (sia che l’eccitazione venga in qualche modo riassorbita o spenta, o l’inibizione ceda e abbia luogo l’espressione) la nostra gestione dell’incompiuto può essere solo indiretta: non mi esprimo ma vivo in modo indiretto questo bisogno di espressione tramite la fantasia. Non faccio e non dico quello che voglio, ma immagino di farlo; torno con fantasie ricorrenti a quello sfogo che non mi concedo concretamente (fantasie sessuali o aggressive; fantasie diverse: di volo, di liberazione, di gioia, di gratificazione). Oppure scarico su altri. Ad esempio: non permettendomi l’espressione della mia aggressività in un contesto, l’esprimo in un altro. Non mi permetto un’aggressività autoaffermativa nella vita reale, ma odio gli ebrei; non posso permettermi di dare un pugno al mio datore di lavoro, torno a casa e picchio mia moglie; non mi concedo di vivere la mia sessualità nell’ambito del mio matrimonio, ma rimorchio le ragazze o prendo un’amante; non oso dire a mio marito quel che voglio dirgli, ma dò una sculacciata al bambino. E cosi via. Un esempio estremo sarebbe quello di chi non affronta la sua propria esistenza, ma tenta di gestire un’altra persona usando la psicoterapia.
La maggior parte dei nostri pazienti – o piuttosto, direi, la maggior parte delle persone – hanno moltissime situazioni incompiute, di grande intensità emotiva. Per esempio, un uomo che da bambino è stato umiliato da suo padre, ha bisogno di esprimere la sua rabbia, la sua distruttività. Adesso che è uomo continua a provocare le autorità per costringerle ad attaccarlo, in modo che lui si senta giustificato a reagire. Cerca di provocare situazioni di scontro per poter esprimere la rabbia che non ha mai espresso nei confronti del vero oggetto, che era suo padre.
Barrie Simmons
a cura di D. Saltara
… a seguire: Come manteniamo vivo l’incompiuto